senso, della stessa sintassi! Par di assistere alle prove dell' incretìnimento generale prodotto dalla scuola media; e infatti da qualcuno dei commissari si ode spesso esclamare malinconicamente: ecco i bei frutti della nostra scuola! E qualcuno anche, ofifóso nel più vivo del suo essere ragionevole dai saltellanti raziocinii di qualche sciagurato, si volge verso il professore di filosofia con certi occhi che par che dicano: ma cosi voi insegnate a ragionare?
— No, così insegna a scrivere la vostra arte del comporre ridotta a una ricerca della pura forma, a un' incetta d' imipagini e di argomenti, a una pure arte topica, allo studio della morfologia, del lessico, della sintassi, della retorica, sempre della morta astrazione, del preparato anatomico tratto dalla dissezione di quel vivo organismo che è Fumano pensiero. Infatti il cretino d'oggi è forse destinato a diventare uno dei più efficaci scrittori della materia alla quale dedicherà domani i suoi studi e il suo animo, appena uscito dal liceo.
Bisognerebbe persuadersi che ciò che importa è dar cognizioni, non espressioni; formare il cervello, non prodigar forme; aiutare perciò lo sviluppo delle idee; verbaque provìsam rem non invita sequentur I E perciò dovrebbe smettersi una vòlta quest' uso d' eccitare il pensiero giovanile a questi giuochi di forza, che abituano i più ingegnosi all'arte presuntuosa di sputar sentenze e trinciar giudizi de omnibìis rebus^ all'abilità sofistica di escogitar argomenti a sostegno di tutti gli assunti e quindi all'indifferenza scettica verso la verità; mentre impediscono nei mediocri qualunque sviluppo della personalità intellettuale, creando in essi la convinzione che pensare sia cucir i)arole e luoghi comuni; di cui giovi pertanto mettere insieme un copioso repertorio, per trarne partito all'occasione. E al contrario conviene dare ai giovani il senso della inscindibile unità della forma letteraria con la sostanza del pensiero; senso che è bisogno di sincerità e di onestà, e orrore di ciarlatanismo e di vuotaggine. Conviene che i giovani siano invitati ad esprimere nuli' altro che quello che pensano.
E poiché essi hanno sempre qualche cosa di comune nel loro i)ensiero, — che è ciò che vengono via via apprendendo nelle singole discipline, — bisogna che essi non compongano pensieri che non hanno, ma espongano quelli che hanno mercè i loro léO l'inseokamento della storia dell'arte particolari studi: letteratura, grammatica, storia, filosofia e scienze: espongano x>^r iscritto, come già espongono a voce; perchè tale esposizione è la più opportuna educazione delle loro attitudini letterarie.
E chi correggerà! —Ma tutti gl'insegnanti, secondo che toccherà a ciascuno; che non sarà naturalmente un caso troppo frequente. E ci vorranno perciò tanti professori d'italiano, quanti sono gl'insegnanti del liceo? No, basterà che il professore di filosofia sappia bene la sua filosofia, e ognuno la propria disciplina; che saprà certamente esporre (se saprà il dover suo, proprio come oggi deve supporsi che lo sappia il professore d'italiano revisore unico dei componimenti scolastici), senza spropositi di grammatica, con discorso chiaro e ordinato, traendone il troppo e il vano; ossia appunto in quella forma che deve desiderarsi e che si attende dallo speciale insegnamento letterario. Mancherà in taluno 1' eleganza *? Ma sarà tanto di guadagnato!
Una tale riforma, dividendo una parte dell'ufficio, ora assegnato al professore d'italiano, tra tutti gl'insegnanti del liceo, alleggerirebbe il primo abbastanza, perchè egli potesse consacrare la sua attività anche all'insegnamento della storia dell'arte.
Postille.
Dal 1903, quando venne in luce lo scritto precedente, la verità intorno a questi rimasugli di rettorie», che urge spazzar via dalla scuola, s'è fatta strada.
I temi per gli esami di luglio nel 1904 mandati dal Ministero della F. I., parvero scandalosi ai professori, agli scolari, ai giornali: cosi erano vaghi, vacui, insensati; e perciò suscitarono un coro di discussioni e di proteste. Tra gli altri non mancò chi s'accorgesse che bisognava mettere la scure alle radici. Il dott. G. A. Borgese nel Mattino di Napoli scrisse un articolo argato e brillante contro l'errore pedagogico dei componimenti. — In una lettera al Marzocco (pubbl. nel n. del 17 luglio 1904) il professore Giuseppe Martinozzi fece una proposta (conforme sostanzialmente alla mia) atta, egli diceva, a « impedire i gravi sconci » che tutti i giornali allora deploravano. * Nella deplorazione — notava il Martinozzi — sono d' accordo tutti: la differenza è soltanto nel tòno, acremente polemico più o meno, secondo il vario colore politico di ciascun foglio. Ma non hanno essi un fondo comune tutti f Mi par di sì: tutti, in sostanza, lamentano che i temi dati nelle varie scuole secondarie abbiano fatto appello a quella immaginazione poetica o filosofica che è propria sempre soltanto di pochi e che può piacere soltanto se spontanea e vigorosa, piuttosto che a quella coltura e a quello spirito critico ohe sono — in un qualche grado almeno • - assolutamente doverosi fra tutti coloro che pretendono essere licenziati dalle semole medie.
« Questo veramente mi sembra quanto di più giusto è stato comunemente osservato da tanti diversi censori: dei quali sarebbe opera inutile ripetere le motivazioni varie e quasi da Maramaldo 1' aggiungervene delle nuove. Certo è, che difese ragionate di quei temi non m'è avvenuto di leggere ».
La proposta del Martinozzi era, che il Ministero stabilisse la massima che * i componimenti (giacché di questi benedetti componimenti non si può, per ora e chi sa per quanto, fare assolutamente a meno, come il Marzocco con bella audacia ha più volte augurato) debbano, di regola nella scuola e sempre poi negli esami, mirare a esercitare la cultura e lo spirito critico (o il buon senso, che dir si voglia) che i giovani hanno il dovere preciso di acquistare nel tirocinio scolastico medio.
« Così il tema scritto verrà in qualche modo ad anticipare l'esame orale, che gli servirà poi di controllo, come si dice, e d'integrazione. Né sarà punto un'anticipazione inutile o pleonastica; che ben altro è conoscere un argomento, e altro è l'esporlo con bel garbo per iscritto, avvivandolo con tutto il calore del sentimento e con tutta la luce d'immaginazione che ogni ma- — ici — teria dì studio — eccettuate forse ]e sole matematiche — può benissimo ammettere ».
« Il componimento », dice anche il Martinozzi, « dovrebbe principalmente, e più negli esami, dare occasione ai giovani di esporre nel modo migliore possibile ciò che essi debbono sapere; e non già essere una tortura dell'immaginazione e del sentimento, obbligati a improvvisare una data mattina idee e affetti forse non avuti mai, forse anche talora repugnanti alVeducazioue ricevuta o al temperamento sortito...Uno potrà pure p. es. non avere a 18 anni, o non aver bene sviluppato ancora, il senso della bellezza dei fiori, e potrà pur essere un giovine colto e di buona mente ». Partendo dal criterio, che materia del componimento dev'essere il certamente saputo, non sarebbe diffìcile trarre dagli stessi programmi di studio un gran numero di temi. E con lo stesso criterio il Martinozzi indica e raccomanda ai colleghi « una fonte ottima e copiosissima per temi liceali: le opere di Dante e particolarmente quella Divina Commedia, la cui divisione in tre cantiche si direbbe provvidenzialmente preordinata a dar materia eccellente di studio e di esercizio di tutte le facoltà dello spirito nei tre corsi del liceo italiano ».
Pericolosa bensì questa raccomandazione finale in tanto dilagare di dante latria e dantolalia. Ma, certamente, il principio è giusto: il tema dev'essere tolto dalla stessa materia comune di studio, su cui s' esercita la riflessione degli alunni nella scuola.
— Nel 1905 poi il prof. G. Fraccaroli ristampava un suo scritto del 1897, che a me era sfuggito, dove già egli aveva fieramente combattuto l'uso dei componimenti; e vi aggiungeva un'appendice di cui basta ricordare il titolo: DélV immoì'alità degli esercizi retorici (v. il vul. La questione della scuola^ Torino, Bocca, 1905,. pp. 50 e ss. e app. al cap. I) parendo a lui che questo fosse il danno maggiore; dell'abitudine, cioè, che cotesti esercizi promuovono all'insincerità. La quale però non è soltanto un vizio morale, ma anche intellettuale, e, direi, costituzionale di tutto lo spirito. — Sorta l'anno scorso in Palermo la rivista dei Nìiovi Doveri, che fece sua l'idea della urgente necessità che si aboliscano cosiffatti esercizi, il Fraccaroli è tornato {N, Doveri, a. I, n. 2, 30 aprile 1907 pp. 36-7) sull'argomento, rincalzando vigorosamente il suo pensiero. « Saranno circa vent'anni che ho cominciato, col maggior coraggio ed alacrità a spezzar lance contro 1' assurdo e immorale esercizio dei temi retorici; e me ne dette occasione il mio ottimo amico e collega Giovanni Mestica, quando, passato da cotesta università alla direzione dell'istruzione secondaria..., per primo principio emanò disposizioni severe acciò i temi di composizione si moltiplicassero. Mi rincresceva dare un dispiacere a quel bravo uomo, che faceva questo nella più. perfetta buona fede e per zelo del bene; ma posso dire che effettivamente molta aifiizione non gliel'ho data, poiché le mie proteste non raccolsero allora se non dei sorrisi di compatimento ». Ma ora non si sorride più; e sono molti i disposti a riconoscere che « sforzare a dire ciò che non si pensa, ciò che non 8i sa, oi6 ohe non sì pad dire, non fa che corrompere i carati^eri, guastare le teste, impedire e fuorviare ogni buona disposizione alia conoscenza della rerità ».
— Nel 1905 alcuni professori secondari di Foggia, a proposta del prof. IT. Tria, aprivano un'inchiesta tra tutti i colleghi italiani intomo al valore didattico degli esercizi del comporre, invitandoli a riflettere sulle obbiezioni che erano state mosse a quest'anticaglia scolastica. Ma 1' interesse pedagogico dei professori italiani è molto scarso; e eredo ohe l' inchiesta non avesse poi alcun notabile effetto.
— Un'altra ne aprì la rivista L* istruzione seoovdariaj dir. da P. Farini, nel suo primo numero (a. I, n. 1, Koma, 10 giugno 1905) con quattro quesiti tutti attinenti all'insegnamento dell'italiano; il secondo dei quali era: « Credete voi che il componimevto italiano (o tema d^ italiano) che si dà ora agli scolarij sia il mezzo migliore per addestrarli a soriverej i,er esercitarli nel. Vosservazione diretta delle cose, e neWanalisi sincera de* proprii sentimenti, per avvezzarli allo studio metodico delta lingua f » La prima risposta veune dal valoroso prof. Ireneo Sanesi. E anche lui scrisse: « Si tratta, secondo me, di una istituzione ormai vecchia, che ha fatto il suo tempo e che dovrebbe essere, d'ora innanzi, risolutamente abbandonata. Quel benedetto tema fisso ed obbligatorio, intorno al quale devono esercitarsi molte intelligenze giovanili, potrà parere, a prima vista, una bella cosa; ma, guardato un po' più da vicino, non riuscirà davvero a persuaderci della sua vitalità e della sua convenienza. Difatti, o che si dia a svolgere una sentenza di qualche illustre Scrittore, o che si richieda l'esame estetico di una qualche opera d' arte, o che s' invitino gli alunni a fare una descrizione, a scrivere Una novella, a comporre un dialogo, sempre urtiamo nella difficoltà gravissima di costringere ad uno stesso lavoro intellettuale trenta o quaranta giovinetti che, per le loro diverse attitudini, sarebbero invece naturalmente disposti a compiere lavori diversi. Or questa costrizione, per cui ciò che dovrebbe essere un salutare esercizio, si trasforma in uno sforzo increscioso, e a cagion della quale, chi ha più viva la fantasia deve irrigidirsi nelle formule del ragionamento e chi ha più acuta e più solida l'attività raziocinatrice deve tentare voli fantastici ehe non sono fatti per lui, non vedo come possa recar vantaggio ai giovani frequentatori delle nostre scuole.
« Io credo, insomma, che il componimento, così come oggi lo intendiamo, non solo non derivi la sua ragion d'essere da una necessità pedagogica, ma anzi decisamente contrasti ai principii stessi della pedagogia ».
Il Sanesi ricordava quello che se n'era scritto da altri nel Marzocco e da me nella Critica; e terminava augurando « che, quando sarà finalmente compinta la tanto aspettata e desiderata riforma della scuola media (che non ha, forse, bisogno di essere capovolta e sconvolta, ma pur deve essere corretta e migliorata per via di opportuni e parziali provvedimenti) il eompimimeuto sìa relegato per legge tra i ferravecchi della rettorica scolastica e che ad esso vengano sostitaite esercitazioni di altro genere, più modeste e piti semplici, le quali mirino sopra tutto ad addestrare i giovani nel meccanismo della lingua, della grammatica e dello stile, e abbiano rapporto con le diverse materie che nelle scuole secondarie s'insegnano, e meglio rispondano alla molteplice varietà delle tendenze e delle attitudini individuali ».
— Con maggior larghezza trattò della questione un altro insegnante egregio, il prof. Michele Losacoo (2 campiti nelle eeuole seoondarie e la perequazione del lavoro nella Bassegna pugliese di so. leti, ed arti del gennaio 1905, voi. XXI, n. 9-10 e nel Boll. deWAseooiaz. pedag. ital. del 1895, nn. 1-2-3), battendo molto sull'idea che gli alunni non devono scrivere soltanto di ciò che insegna il professore d' italiano, ma di tutto ciò cue vien loro insegnato da tutti i professori.
« Se ogni ordine di fatti e di concetti non può non avere la sua espressione, è cosa evidente che P esercìzio dello scrivere, il quale, didatticamente considerato, è Pindice migliore di quella cultura che il discente va man mano acquistando, non debba artificialmente limitarsi ad alcune discipline, ma essere naturalmente esteso a tutte. Si crea nella mente dei giovani uno strano pregiudizio con la distinzione, ormai tradizionale, tra materie che richiedono e materie che non richiedono la prova scritta. Da una parte si vengono a porre delle separazioni arbitrarie tra la forma e il contenuto; dall'altra s'induce il convincimento che certe discipline siano importanti e certe altre no. Valga di esempio il modo quasi sempre retorico onde si procede dagli alunni delle nostre scuole nelle esercitazioni scritte d' italiano. L'errore dipende anzi tutto dalla scelta dei temi, i quali, siano fantastici o morali o storico-I e tterarii, presuppongono il più delle volte un'esperienza molto superiore a quella che il giovane possiede: indi, conseguenza inevitabile di un sistema sbagliato, le puerilità, i luoghi comuni, le inverosimiglianze, le declamazioni, i salti acrobatici, i giudizi dogmatici o esagerati, i frequentissimi plagi, la soverchia preoccupazione della frase ».
Dunque, si deve farla hnita « con la vecchia e nuova retorica, deplorata già tante volte e da tanti»; e ciò soltanto è possibile « riducendo i famosi componimenti italiani a semplici e modeste esposizioni delle cose imparate», E dopo aver ricordato il mio scritto, « i componimenti — dice il prof. Losacco — [cioè i componimenti assegnati dall'insegnante di lettere italiane] dovrebbero aggirarsi in una sfera ben determinata: ripetere per sommi capi il pensiero degli autori studiati o la materia di lezione storico-letteraria, in forma chiara, ordinata, senza frascami e preziosità di parole.
« Il Bertana già fìn dal 1894, osservando malinconicamente la miseria dei componimenti nudi e stecchiti o gonfi e verbosi, rifletteva che, se i giovani fossero spinti dal bisogno « ad esporre per iscrìtto quel che pensano, quel che hanno realmente fatto, patito, veduto o goduto, a difendere, p. es. le loro ragioni, i loro interessi », la sostanza de' loro scritti sarebbe più densa e concludente (cfr. Biblioteca delle souole cUueiehe italiane, nnoTa serie, anno VI) ».
Ma il Losaoco osserva giustamente che è più opportuno restringere ancora la materia dei temi nel senso già indicato, perchè « i giovani, che frequentano le scuole secondarie, avendo poche ore libare, non possono aver troppe cose da raccontare intomo alla loro vita intima, né forse, anche potendo, vi si indurrebbero. Meglio richiamarli nel giro dell' esperienisa scolastica, la quale per essi è un campo cosi ricco ed aperto. Per causare la monotonia, il professore potrebbe invitare i più valenti ad illustrare qualche questione, del cui svolgimento egli traccerebbe in precedenza le linee principali ».. ^ « A comporre di propirio capo non mancherà di certo il tempo, se ce ne sarà V attitudine: ma, un lavoro simile deve nascere da una libera e spontanea elezione, grskzìe aMo, quale, com'ebbe a dire felicemente Jean Paul, il giovane possa scegliersi ogni volta la materia come una sposa. La forza produttrice dell'artista o del pensatore nascente deve ricevere dalla scuola, non già una compressione artificiale e sistematica, bensì la conoscenza dei mezzi tecnici e l'impulso a metterli in moto. Il Manzoni, il Leopardi ed altri grandi si formarono o contro o al di fuori delle scuole di retorica ».
Intanto i^ Losacco proponeva che le prove scritte dal presente regolamento poste come facoltative per tutte le materie negli esami trimestrali, fossero rese per tutte obbligatorie. Esse, « utilissime sopra tutto a ribadire bene in mente ciò che si è ripetuto a voce, gioverebbero altresì efficacemente ad assicurare il possesso della terminologia propria di ogni singola materia: effetti strettamente connessi l'uno all'altro, perchè la proprietà del linguaggio deriva dalla perfetta visione di un qualsiasi contenuto spirituale. Mentre ora i giovani, componendo nella loro lingua, scrivono di cose che il più delle volte non conoscono bene e alle quali non s'interessano, allora sarebbero abituati a mettersi, scrivendo come parlando, in immediato contatto con le acquisizioni quotidiane del loro spirito, le quali non rimarrebbero così una sovrapposizione provvisoria, ma entrerebbero a far parte viva e durevole del loro patrimonio intellettuale mercè un processo di naturale assimilazione.
« Infine questo metodo si potrebbe senza difficoltà adottare anche negli esami. Si mantengano le versioni per le lingue antiche e straniere, si mantengano le prove grafiche o pratiche per le discipline di carattere professionale o industriale: ma per l'italiano, la storia, la filosofia, la fisica, e via dicendo, sì assegnino temi espositivìy che riflettano qualche punto dei programmi studiati, affinchè ciascun insegnante abbia modo di accertarsi che l'esaminando abbia acquistata la debita padronanza della materia e- sappia quindi esporla con ordine e chiarezza. In questo modo sarà evitato l'inconveniente, che oggi si verifica spesso, di pretendere troppo o troppo poco dai candidati con temi o inadatti alla loro intelligenza, o molto coaiuni e pedestri ».
Oggi, come osservava anche il prof. Losacco, l'insegnamento per alcuni degV insegnanti, a capo dei quali quello d'italiano, è un oidrario, per gli altri un canonicato. Le recenti leggi, è vero, han dato ai primi una speciale rimunerazione per la correzione dei cosiddetti lavori seritti. Ma se i professori V hanno accettata (era umano!), essa non risolve affatto la questione: perchè non c'è compenso che possa alleggerire realmente la grave soma, e il martirio della correzione di quelle centinaia dì componimenti ^ che oggi i professori di lettere italiane si trovano sulle braccia ogni quindici giorni. Non c'è fibra che possa resistere al contatto forzato, continuo, dello spirito col falso e col vuoto di quegli scritti, ohe sì fa obbligo all'insegnante di leggere, rileggere e rabberciare (come se lo spirito potesse sorgere dalla negazione dello spirito!). La correzione dei componimenti distrugge l'insegnante.
Ma, accolta l'idea del Losacco, avendo ogni professore i suoi lavori da correggere, in primo luogo la ripartizione delle ore di scuola tra i varii insegnanti dovrebbe di necessità esser fatta piti equamente, in modo che ne avesse meno chi ora ne ha troppe, e piti chi ne ha troppo poche. In secondo luogo, ciascun insegnante non avrebbe frequente la fatica della correzione, perchè i suoi lavori verrebbero necessariamente ad alternarsi con quelli assegnati dai colleghi. £ infine, i componimenti da rivedere risponderebbero a un lavoro serio e sincero della maggior parte almeno degli alunni: e però non sarebbero pih per l'insegnante quella fatica, che gli costano ora. — E non voglio dire che allora potrebbe risparmiarsi quel compenso speciale che è stato assegnato, come ho detto, a chi ha la correzione dei lavori scritti.
— Altri ha ripreso e anche esagerato l'idea, accentuata pur dal Losacco, che l'arte dello scrivere non può considerarsi come una materia d'insegnamento. Esagerare anche in questo caso è facile; ma non bisogna mai dimenticare che ogni insegnamento è più negativo che positivo: è eru4it%0f che toglie gl'impedimenti allo sviluppo di attitudini, che certo non crea.
Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papinì (La cultura italiana, Firenise, Lumachi, 1906), mettendo in un fascio la stilistica con la filosofia, hanno pur fatte acute osservazioni, e verissime se per filosofia da insegnare nelle scuole si deve intendere quasi una materia atta, com'essi dicono, a manifattnrare filosofi. « Le cose insegnate sotto quei nomi non sono che larve o mascherature ridicole e pretenziose, ciarlatanerie e frascherie accademiche, che non han nulla a che fare, se non per danneggiarle, con la vera arte di scrivere e con la vera filosofia. Perciò una seria riforma dell'insegnamento dovrebbe fondarsi su quella divisione [di « materie da scuola e materie che non possono entrar nella scuola, se non a patto d'essere storpiate, accecate, mutilate, caricaturate »], non già per togliere o aggiungere nulla di reale, ma solo per ripulirlo di tutte le falsità mirabolanti che esso promette e che non può dare. Vedere una scuola dove si fanno fare dei componimenti e si pagano dei professori per insegnare a scrivere, è come vedere un serraglio che per due soldi ]»romette di mostrare l'araba fenice, la chimera, il basilisco e gli altri favolosi animali dei bestiarii medioevali. Non y* è scuola al mondo che possa fabbricare degli scrittori, né manifatturare dei filosofi.
« Se ora si ride perchè una volta si pretendeva dagli scolari il componimento in versi, e dagli studiosi di latino almeno qualche distico, domani si riderà pensando che in scuole riconosciute e pagate dallo Staito si pretendeva trarre dagli scolari degli scrittori, e si riconoscerà che dal componimento in versi a quello di prosa la differenza non è grande, e che se le regole non bastano per fare un poeta, non bastano neppure per fare uno scrittore...C'è in queste materie una reale e sostanziale impossibilità a essere insegnate, cioè ad essere sparse, moltiplicate, ripetute, rifatte. Ed è che esse sono materia di invenzione individuale, non di ripetizione impersonale; è che come si nasce poeti, cosi si nasce filosofi e scrittori, e che quando non si è nati non lo si diventa mai.. » (pp. 54-5).
Si dirà bensì che non si vuol già creare scrittori con gli esercizi scolastici dei componimenti, ma insegnare ad elaborare il proprio pensiero per portarvi ordine e chiarezza. Ma questo insegnamento è appunto quello che può esser pregiudicato e mai favorito da siffatti esercizi, che abituano a scrivere quimdo non ci sia il pensiero, su cui bisogna travagliarsi.
— In una notevole prefazione alla l'aieologia deWeduoazione di Gustavo Le Bon (Città di Castello, Lapi, 1907, pp. XXVI-XXVIII) il prof. P. Tommasini Mattiucci afferma che la letteratura italiana nella mente di molti professori è un prato da cogliervi fiori di lingua e frasi e luoghi comuni; dei quali poi gli scolari intessono «quasi sempre» i «componimenti: che egli definisce «ipocrisia di attività mentale». Crede che quei professori «i quali immaginano che tutto P insegnamento dell' italiano consista nel dare a svolgere molti temi, farebbero bene a riflettere » su ciò che fu detto da me contro questi esercizi rettorici. -« Con ciò dovrei ammettere che i componimenti scritti vengano aboliti del tutto. Nel liceo si; e ad essi si potrebbero sostituire più convenientemente le esposizioni fatte a voce, nelle quali meglio si eserciterebbero le varie attitudini letterarie, e meglio si mostrerebbe la personalità mentale degli alunni, la quale verrebbe rinforzata e affinata dal contatto continuo e vivo con quella dell'insegnante.
« Nel ginnasio, specialmente nelle due ultime classi, dovrebbero essere rari e tratti sempre, escluse le disquisizioni morali, dalla vita vissuta, materiale e intellettuale; e dovrebbero esaere intesi, invece che con un fine stilistico, come il mezzo atto a integrare le varie e complesse funzioni della scuola, la cui virtù educatrice dovrebbe esser curata più di quello che oggi non si faccia ». ' — Contro i componimenti, « barbarie nociva assai più ohe utile », si è dichiarato ora risolutamente Emilio Bertana nel Giorn, star, della letter, ital., XLIX, (1907) 138-9. « Composizione scolastica », egli ha detto, « è di regola sinonimo esatto di cosa inestetica; quando vogliamo indicare una cosa.
fredda^ slavata, senz'anima, senza calore, se non fittizio, brutta, o certamente non bella, anche quando è corretta, anche quando dinota un certo ingegno e una certa coltura, diciamo che è un compito; e diciamo benissimo. Se i giovani delle università scrivono male, la principal colpa, io credo, è dei troppi componimenti che hanno fatto dalle classi elementari in su; è dell'abuso infecondo e del cattivo indirizzo di quest'esercizi, che spesso storpiano le menti, costringendole ad un lavoro contrario molte volte alle attitudini naturali e alle disposizioni psicologiche di chi è obbligato a compierlo.
«Noi obblighiamo i giovani, fin da ragazzi, a discorrerò di quel che magari potrebbero sapere e non sanno; a rappresentare quel che non vedono, ad esprimere quel che non sentono, a comporre insomma, su temi che ad essi sono estranei ed indifferenti, o fors' anche antipatici; e sono cotesto fredde, e stentate composizioni, a cui manca ogni freschezza nativa, ogni sincerità di sostanza e di forma, che ottundono, anche in chi l'avrebbe, il senso dell'arte...
4c Basta avere un po' di rispetto per l'arte (anzi, quasi basta un po' di senso comune) e un po' di umana compassione, per sentire tutto il disgusto che produce Varie fatta nella scuola e per la scuola, anche da scolari non sciocchi, specialmente sui cosidetti temi di sentimento e di fantasia; 'e tutta la pietà che ispira il travaglio sofferto da tanti cervelli a produrre delle sconciature ».
—Rodolfo Renier nel Cornere dalla sera del 28 marzo 1907, combattendo l'istituzione anacronistica che nelle Università italiane si vien facendo di cattedre di Stilistica, e ricordato 1' « attacco vigoroso » che dal moto di studi iniziato àoXV Estetica di B. Croce è venuto alla « vecchia cittadella della rettorica », notava che « una salutare reazione si è avuta, anche da parte di chi non partecipa alle 'idee del Croce, contro i rimasugli, che son pur tanti, dell' antica rettorica. Così si battè sodo, e con sacrosanta ragione, contro l'esecrabile uso dei componimenti nelle scuole medie ». Riconosceva che dal Fraccaroli, dal Bertana e da me è stata dimostrata « l'assoluta inanità, per non dire l' immoralità di quelle esercitazioni stilistiche »; e quindi affermava anche lui che, in nome della sincerità e della ragionevolezza « va mutato di sana pianta il metodo con che si pretese e si pretende d'insegnare a scrivere, con quei bei frutti che tutti sanno ». (Cfr. anche G. Di Giovanni, Le catt. di Stilistica e i rimasugli della rettorica, nei jV. Doveri, a. I, n. 4, 31 maggio 1907, pp. 66-7).
— Il prof. Rodolfo Mondolfo {Di alcuni problemi deMa pedagogia contemporanea; estr. dalla Rivista di Filos. e se. affini, di Bologna, 1906, pag. 37) ritiene invece che la «parte essenziale» dell'insegnamento d'italiano «vuol consistere negli esercizi di composizione 1 » E contro di me, che ne giudico gli effetti dannosi all'ingegno e al carattere morale, osserva che « gli effetti dell'esercizio del comporre dipendono dal fine che con esso l'insegnante 8i propone: se c'è un maestro pedante, più attaccato alla forma che al contenuto, più amico della vuota retorica che del nutrito pensare, il danno s'avrà comunque, nell'insegnamentti umanistico che il Gentile vagheggia, anche senza componimenti. Ma, se il maestro mira a educare l'intelletto e il carattere, ed esìge idee e non frasi, il comporre è una gran ginnastica (la migliore, io credo) della riflessione intellettuale e morale; abitua a meditare e ragionare, a ordinare le proprie idee, spesso inorganiche e confuse, conferisce la capacità di esprimersi con chiarezza e con precisione. E il risultato, che un abile maestro sa conseguire dai più dei suoi discepoli, non mi par poco. D'altra parte la capacità di esprimere i proprii pensieri in forma chiara e corretta non può essere data che dall' esercizio. Togliete i componimenti, e che vi resta » f Ora è evidente che queste osservazioni non toccano la questione di cui si tratta; perchè nessuno ha detto di togliere i eompamimenti, come crede il Mondolfo. Anzi, se mai, può dirsi che io li vorrei moltiplicati. Se non che se il componimento dev'essere un'esercizio della capacità di esprimere il proprio pensiero, come vuole il Mondolfo, in forma chiara e corretta, bisogna vedere quale è il proprio pensiero degli alunni, presumibile dall'insegnante che assegna il tema. E questo è il punto a cui si deve badar bene da tutti coloro che oggi, tra tanto orrore per la rettori ca, continuano a difendere la causa perduta dei componimenti che noi non vogliamo, e che si tratta soltanto di abolire per legge, in una riforma organica dei programmi scolastici.
Non capisco poi perchè il prof. Mondolfo mi attribuisca la ^ voglia di vagheggiare un insegnamento umanistico nel senso che lui crede. Anzi, se mai (devo ripetere anche qui), io vagheggio un insegnamento anti-umanistico, se per umanismo si vuol intendere la letteratura per la letteratura, il culto della forma come tale. Il mio umanismo è il culto deirnomo nella sua reale integrità, che per me è essenzialmente pensiero. Si sa poi che l'abolizione dei componimenti rettorici non segnerebbe la fine di ogni sorte di rettorica; e che il maestro retore troverebbe modo di ficcarla anche altrove. Ma la pietra dello scandalo è quella; e i retori d'oggi sono stati educati appunto a forza di componimenti. Ormai dovrebbe riconoscersi da tutti che questa riforma è matura.
— ^Ne è persuasa la valente prof. Gemma Harasim come dimostra il suo opuscolo SuWinsegnamento della lingua italiana (Fiume, Novak, 1906), dove con appassionata ed efficace vivacità si combatte la rettorica del comporre su temi immaginari imposta ai più teneri anni (v. quello che ne scrissi nella Cultura, a. XXVI, 1907, pp. 63-64). E assai suggestive sono le savie considerazioni che la stessa valorosa insegnante vien pubblicando su quest« materia nei N. Doveri (a. II, n. 1 e 3). Ai quali pure converrebbe ricorrere per gli articoli dei proif. Guido Gentilli e Giulio A. Levi in tomo a quello che dovrebbero essere i componimenti o, come impropriamente amerebbe chiamarli il Levi, le esercitazioni di lingua (v. i N. Doveri^ a. I, fase. 6-7, 17 e a. II, fase. 2). Io sono quasi in tutto d' accordo col prof. Levi;