SigPhi · Giovanni Gentile

Scuola e filosofia concetti fondamentali e saggi di padagogia sulla scuola media

Italian

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matiche. Il corso degli studi normali constava di due anni: nei quali gli alunni eran obbligati a seguire i corsi di facoltà, — tre ogni anno per gli studenti di lettere, indicati a ciascuno dal direttore dellla scuola,— oltre le conferenze speciali interne. Delle quali le prime eran destinate a una revisione generale degli studi fatti nel liceo: e delle altre si lasciava al Direttore di determinare il numero, la durata, gli argomenti, il modo. Gli alunni di lettere spiegavano e analizzavano i classici, proponendosi scambievolmente le difficoltà eventuali, e discutendone insieme. Leggevano composizioni, traduzioni, tesi di filosofia, di storia ecc., e il Eipetitore (ce n'erano quattro per le due sezioui), che.dirigeva queste conferenze, affidava per turno ai singoli alunni l' esame critico degli scritti presentati degli altri: esame ragionato e scritto, che poi veniva anch'esso discusso e giudicato in comune. Gli alunni di scienze facevano qualche cosa di simile per i loro studi, ragionnndo insieme delle difficoltà incontrate nelle lezioni, ripetendo esperienze, ecc. Ogni tre mesi con certa solennità si faceva un esercizio generale per entrambe le sezioni; nel quale si leggevano i migliori lavori scritti su temi assegnati quindici giorni prima.

Ma la Scuola ì^ormale non voleva essere soltanto un seminario scienti fiero: fin d'allora, com' è naturale, oltre la cultura dei futuri insegnanti, si mirava a svolgere e formare le loro attitudini didattiche. Quindi era stabilito, che negli ultimi mesi del corso normale, le conferenze fossero destinate a discussioni didattiche: esame di libri di testo, paragone di metodi, e così via.

I normalisti pisani, come i loro confratelli di Parigi, erano raccolti in un convitto, vestiti di un' uniforme, obbligati a un regolamento di disciplina minuto e pedantesco, che aveva certo carattere militare conforme al genio di chi aveva volute queste scuole. Eegolata l'ora della levata, d'estate e d'inverno. Prescritte le ore dello studio, delle preghiere; fissa quella della rientrata, come dell'uscita. Tutti i lumi dovevano essere spenti nelle camere a 11 ore in punto. Non è detto a che ora tutti gli alunni dovevano essere addormentati! All'osservanza di tutte queste minute prescrizioni badavano un sotto-direttore e un ispettore, <5he col cappellano, il direttore e i quattro ripetitori completavano il quadro del personale superiore della Scuola.

In compenso quasi di questo difetto, che in seguito venne radicalmente corretto, la Scuola, a cui Napoleone assegnò una rendita di 30,000 franchi, doveva subito raccogliere una biblioteca di almeno 1000 volumi.

214 LA PRKPARAZIONB 11.

Ma questa prima scaola cadde con Napoleone; perchè La restaurazione (}el 1815, in odium auctoriSj s^aftrettò a spazzarli! via. E non risorse se non nel 1846, quando essa venne richiamata in vita da un motuproprio granducale, ma con uno stanziamento di sole 15,000 lire toscane, e quindi con più ristretto numero di alunni. Dei quali soltanto 10, é tutti di lettere e filosofia, dovevano essere convittori, dove era lasciato indefinito il numero degli « aggregati » per le scienze. Delle quindici, 12 mila lire erano apprestata dall'ordine equestre di S. Stefaiio, clie concedeva anche ad uso della scuola uno de' suoi edifizii, lo splendido palazzo del Vasari, sulla piazza de' Cavalieri, dov'è anche oggi allogata la Scuola Normale: e dove fu rijvperta il 12 novembre 1847.

Gli alunni erano ammessi alla scuola, per concorso, dopo i primi due anni universitari, o subito l'esame di licenza. Ma il corso normale non rimase più biennale: essendovi stato aggiunto un terzo anno di studi successivi alia laurea universitaria. Del resto il regolamento del 1813 fu ripristinatone' suoi tratti fondamentali, benché semplificato: e il tipo della scuola riprodussi^ quindi il modello napoleonico (1). Ma, com'è facile intendere, lo spirito che vi si volle instaurare, doveva essere conforme ai tempi: e però il direttore della Scuola, coadiuvato da un direttore di studi, scelto tra i ])rofes8ori della facoltà di lettere, si volle che fosse un ecclesiastico. Che aria poi vi spirasse possiamo sentirlo da uno degli alunni che vi furono intorno al 1855: « Non altrimenti che nei collegi dei gesuiti e dei barnabiti, gli atti della vita quotidiana erano regolati da un rigido orario, per la veglia e il riposo, per lo studio e la ricreazione, per la mensa e il passeggio, per la messa e il rosario. Sicuro: di pregare (1) Fu anche rimesso Tuniforme. Quello del 1813 consisteva in un abito di panno bruno cupo, foderato della medesima stoifa, con bottoni di metallo, co;a l'aquila dell'università e la leggenda École Normale, e la coccarda francese. Nel 1815 il marescialle delle truppe napoletane che avevano occupato Pisa, ordinò che venisse sostituita la coccarda del Re delle Due Sicilie. Vedi Betti, Notizie più sotto cit., p. X-XI. Nel periodo granducale 1' uniforme fu: soprabito e panciotto di panno turchino, calzoni neri, mantello in inverno, e cappello a staio. Vedi Ferdinando Ckistiani, Il Carducci alla Scuola Normale, nella Rivista d'Italia del maggio 1901, p. 43.

deci/ INSEGNANTI MEDI 245 poteva forse a qaalcano mancare la voglia, ma non il tempo; ogni mattina la messa, ogni sera il rosàrio e altre giacnlatorie non brevi. I^è finivano qui gli obblighi religiosi; che ogni due o tre mesi un reverendo (ricordo bene il prete d'allora; uno zoppo, canònico dell'attigna chièsa dei Cavalieri) veniva a far raccolta dei nostri peccati, e se ne andava via caribo.

« In quelle sere, adunati nella sacrestia della Cappella, ove era un ampio confessionale, si faceva la preparazione al sacramento della penitenza in maniera non del tutto conforme a quella ohe la dottrina comandn. Ricordo che una sera, nell'attesa del sacerdote, saltò in capo al Kosati (Luigi Gioacchino), un compagno pieno di brio, di far egli da confessore! E non gli mancò un sincero penitente...ignaro della burla, il quale aveva già comincijnto a dir le sue colpe e tirava innanzi, quando lo tolse d'inganno una sonora risata. Allora penitente e confessore si acciuffarono, ma la zuffa fu breve perchè, essendosi presentato il confessore vero, tutti tornarono in calma » (1).

Quelli erano i tempi, e quella cappa plumbea di pratiche religiose non pesava soltanto sulle spalle dei normalisti pisani. Con loro tutti gli altri scolari dell' Università dovevano intervenire ogni mese alla Congregazione, nella chiesetta di San Sisto. « Guai a chi avesse ciarlato durante la lunga predica, o fosse mancato all'appello; i bidelli con lapis e carta prendevano nota di tutto per riferirne ai superiori » (2). E si sa »^he sotto quel regime i giovani migliori sbuffavano e ricalcitravano.

(tH studi norraalistici erano coronati dagli esami di magistero, alla fine del 3^ anno; e pare consistessero in due esperimenti pubblici di lezione, su temi liberamente scelti, uno dei quali doveva essere di filosofia (3).

Ii^ questo periodo che va dal 1847 al '62, e che può dirsi il perìodo granducale, la S(;uola, nonostante i difetti del suo ordinamento interno, l'oppressura della sua disciplina, le deficienze delle vicine Facoltà, che mancia vano d'insegnamenti fondamentali, accolse e nutrì giovani che furono poi gran decoro del pubblico insegnamento. Dei quali basta ricordarne uno, il cui nome non tollera conipagnia: Giosuè Carducci, il quale, come (1) CiMSTiANM, /( Carducci alla Scuola Xormale, pp. 44-5.

(2) Ckistiani, art., cit.

tntti sanno, non fa meno grande maestro, che poeta e indagatore famoso della nostra storia letteraria.

È vero bensì che per le notizie che si hanno di quegli anni trascorsi dal Poeta nel palazzo dei Cavalieri di S. Stefano, vien fatto di pensare che anche lì egli passasse solitario, in quel suo selvatico raccoglimento, vagheggiando, da autodidatta, un suo ideale di cultura altamente umana, che appassionatamente perseguiva co' suoi studi personali. Pure, rileggendo quella sua lettera del 1856, messa in luce dall'amico che egli voleva con essa dissuadere dall'entrare nella Scuola Normale, non può dubitarsi che, quale che fosse il giudizio del Carducci, in effetto quei professori lo facessero pensare, offrendogli un pascolo spirituale, che il giovane ])oeta ruminava poi a suo modo. « Se tu vieni qua, — egli scriveva all'amico, — dalla parte dell'insegnamento avrai, 1^ un professore ciarlone, che ti stancherà a forza di citazioni e di date, quando fa bene, quando cioè copia da tutti i libri che può aver per le mani, senza mentovar mai nessuno: del resto ti dirà con aria cattedratica quelle cosette che sanno anclie i bambini della seconda, senza un' ombra mai di critica, senza un bagliore di ragionamento; cose fritte e rifritte da tutti gli accademici, da tutti gli scrittori di rettorica, da tutti gli arcadi di tutti i tempi: e così correranno i tuoi tre anni di letteratura latina, sulla quale per.lerai molti giorni senza imparare altro che date ». Dunque, fatta la debita tara in questo ritratto dalle tinte poeticamente esagerate, che ci metteva la scontentezza del giovane portato naturalmente a cercar altro, e meglio, rimane che questo professore di letteratura latina alternava alle lezioni rettoriche certe lezioni erudite, in cui il Carducci sospettava bensì che non fossero debitamente citate tutte le fonti, ma che ad ogni modo portavano in iscuola gran copia di fatti e di dati, che egli, il Carducci, non si lasciava sfuggire.

— 1 « Per la letteratura greca avrai due uomini che il greco lo sanno; sentirai che dissertazioni calorose, infiammate, vulcaniche sulla funzione degli aoristi; sentirai declamata con l'enfasi epica la genealogia dei verbi, come se fosse la genealogia degli Eacidi; ma della filosofia di codesta divina letteratura green, de' bei tempi di Atene, delle cause che ispirarono cotesto opere divine, del metodo e del sistema di cotesta poesia, del confronto (1) Chiarini, Memorie della vita di G. Carduccìy rncoolle da un amieoy Firenze, Barbèra, 1903, pp. 44.

con la latina e con Pìtalìana, nulla, nulla, nulla: che coteste nienti son nate per declinare verbi, non per sentire e far sentire il bello, non per pensare: guai, guai nella scuola normale a chi pensa! ». Tolto anche qui il colore, resta che alla Scuola-Normale — o meglio, tra la Scuola o la Facoltà — il Carducci, aveva due maestri di greco, che il greco lo sapevano: e non è' poco; e s'attenevano a quello stesso solido indirizzo grammaticale e strettamente filologico, che il Carducci stesso, cogli annif doveva riconoscere il piìi opportuno all' insegnamento di filolo*..

già; la quale non ])otrà esser base a qnella filosofia, che il Carducci desiderava, se prima non è appunto se stessa, pura filo-^ logia. Egli forse, tornando dalle lezioni alla sua stanza, passava dagli aoristi de' suoi mnestri alle Lezioni di mitologia e di storia pubblicate 1' anno innanzi da G. B. Niccolini (1); o ad alcun altro degli scritti di filologia filosofica^ che da un pezzo veniva stampando e ristampando il fiero e solitario professore di Firenze, che tanta affinità morale aveva con lo studente di Pisa; e che era storico e filologo, ma anche poeta, e filosofo; e, vivaddio, faceva pensare! Pensare, s'intende, come non poteva piacere al direttore, — che, si ricordi, era un ecclesiastico, — della Scuola Normale. L'accenno che sigue a un innominato professore di filosofia, ci attesta appunto chi fosse allora il maestro e l'autore del giovane Carducci: « Della filosofia razionale e morale non ti parlo; ti avviso però che della razionale avrai a ripetitore un collegiale, avvezzo a giurare sulle jiarole del maestro, il quale senza aver mai visto in viso una traduzione dat greco, ti comincerà a dir male delle arti e lettere greche e ti. leverà alle stelle i Goti ». Parole che possono riuscire oscure a chi non sapesse che quel collegiale era un rosminiano. È a luì' infatti dedicato (2) il sonetto con la coda A un filosofo che si legge nei Juvenilia^ che comincia: Se sant'Antonio vi mantenga sano E vi rischiari Tantropologia, Né speugan le zanzare il Inme a mano Clio iri die' il Pcstalozza in cortesia..., (1) Basta rileggere ne' Juvenilia il son. G. B. Niccolini (lib. Ili, 46) e la canzoni) (IV, 66) A G, B. X, quando pubblicò il « Mario »: settembrtt MDCCCLVlllf per vedere in quale alto concetto il C. tenesse in <]^uegli anni il poeta di Arnaldo e di Giovanni da Procida.

Sicché il maestro sulla cni parola il collegiale giurava era il rosminiano Alessandro Pestalozza. Ora, bisogna ricordare i giudizi del Niccolini contro il movimento rosminiano (1) e il romanticismo, che tanti punti di contatto ideali ed empirici presentavano agli avversarli dell'uno e dell'altro, come il Niccoli-:ijii, classicista e sensista. E dal Niccolini appunto bisogna rifarsi per intendere le polemiche antiromautiche del giovane Car-[ ducei e de' suoi amici, — come l'avviamento futuro del suo grande spirito.

Infine, la letteratura italiana, la letteratura che il giovane l>oeta aveva preso ad amare prima di andare a Pisa, di lì era bandita. « Già saprai da te come i giovani usciti fin ora dalla scuola normale adulterano laidamente la lingua toscana: imparerai il gergo convenzionale, grammatico, rettorico, filososfico ». E qui, c'è lui: c'è la personalità artistica del Carducci, ohe rea<;isce alla scuola: ^ La lingua, in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, fa paura a questi vili oppressori degli ingegni giovanili: chi studii da vero cotesta lingua, bisogna che studii gli scrittori repubblicstni del Trecento, nazionalissìmi del cinquecento e pensatori tremendi del secolo nostro; bisogna che studiando cotesta lingua studii la nazione, e imprima, come suggello nell'animo, il carattere italiano puro. E nella scuola normale, guai, guai, tre volte guai a costui! ».

E sta bene: il Chiarini ba ragione: « nello scolare e' era già l'uomo e il poeta ». C'era la sua anima, ossia quello che uè la Scuola Normale, né alcuna scuola avrebbe potuto dar-':gli. Ma, tutto il Carducci fu soltanto questa nota dominante del suo carattere spiritu«alef questo italiano puro, in astratto! La sua anima, affine bensì allo spirito ribelle, fieramente.i^lassico e italiano del Niccolini, e simpatizzante quindi eon q^te.8to, aveva pur bisogno di nutrirsi d'una profonda cultura, metodicamente e saldamente formata. E lì nella Scuola, tra quei pedantij in quell' aer da cenobio, pieno di memorie, già sacro a una tradizione di studi, con in casa una biblioteca, arricchitasi nel 1855 della collezione dantesca di Alessandro Torri (2), iion era essa naturalmente portata a raccogliersi, e a volgersi (1) Vedi i Bicordi delta vita e delle opere di G, B, Mcoolini race, da A. V^\NxuccI, Firenze, Le Monnier 1856, II, 323 e passim; e il mio Rosmini è Gioberti, Pisa, 1898, pp. 13, 47,.50-2.

(2) Su questa collezione e le carte dantesche e 11 carteggio annesso del avidamente al passato grande d' Italia e di Boma e di Grecia con quegli stessi occhi, che i maestri gli armavano degli strumenti della filologia?

Certo, vano sarebbe cercare quel che il Carducci poteva riuscire non passando per la Scuola Formale; ma, più che vano, stolto è affermare che egli sarebbe stato né più né meno di quel che fu. Egli non fu fatto dalla Scuola, e altri ne uscirono con lui, che non furono lui; ma se ogni scuola deve fare i conti con Pingegno e le disposizioni d'ogni scolaro, non è men vero che lo spirito dello scolaro, quali che sieno le sue attitudini, deve pur fare i conti con la sua scuola.

III.

Annessa la Toscana^ al Refeno d'Tfalia, la Scuola Normale di Pisa era destinata a diventare, da toscana, nazionale, e quindi semenzaio dei professori per tutte le scuole italiane. Si tentò bensì nel 1802 di farne sorgere altre, presso altre università, che seivissero ai cresciuti bisogni. E ta ^ITcRstione die' luogo in Senato a una memorabile discussione.

Nella tornata del 1® febbraio '02 il ministro De Sanctis presentava alla Camera alta un brevissimo progetto di legge,ni cinque articoli, che autorizzava il ministro « ad istituire presso alcune università o istituti universitarii scuole normali per 1' insegnamento secondario »; con insegnamenti da affidarsi agli stessi professori degl'istituti superiori, a cui queste scuole sarebbero state annesse, o, in caso di bisogno, a incaricati o straordinarii, tutti con diritto a una indennità non maggiore a quella assegnata ai direttori di gabinetto. In ciascuna Scuola si potevano istituire IX) -borse, -al più, da conferirsi per concorso, di lire 800 ciascuna. L'ordine degli studi e degli esami doveva esser determinato da un regolamento. Ma a quale concetto dovessero ispirarsi si può rilevare da queste belle parole della Relazione del De Sanctis: « In queste due Facoltà (di filosofia e lettere, e di scienze tìsico-matematiche) l'indirizzo dato all'insegnamento non è pratico abbastanza, e se vogliamo forti studi, non possiamo contentarci di sole teorie. Coloro che si danno a questa Torri V. la prefazione di A. Salza aUa sua pubbli caz ione Dtd carteggio di A, Tmrij Lettere ectlit èugli autografi e potttiUate, Pisa, 1897 (o8tr. dagli Junali della L\ Scuola dormale Superiore; voi. XII, sez. lett.).

maniera di studi per un nobile bisogno di coltura, e che non ne fanno lo scopo di tutta la vita, possono sentire con profitto lezioni generali, che svt*gliano la curiosità ed operano come una specie di ginnastica intellettuale. Ben altra è la condizione de' maestri, a cui questi studi sono ultimo fine. Egli è per i giovani aspiranti al magistero che si richiede soprattutto un indirizzo pratico e serio. Ogni professore sente il bisogno di lasciar dietro a sé una scuola che lo continui; con questa istituzione l'ha bella e fatta. Un numeroso uditorio, dove ignoto parli ad ignoti, non può soddisfarlo compiutamente. Ma in mezzo a questi giovani egli può avere comunicazione intellettuale con essi; studiarne le attitudini, formarne la mente ed il cuore, lasciare in loro una parte di sè-che sopravviva. Oltreché io non so quanta serietà ed efficaciu esser possa in questi studi, quando siene scompagnati da pratiche esercitazioni, da letture, da conferenze, da lavori <5omuni, da tirocinio, da intima comunicazione col professore. Così solo possiamo ottenere profondità e sodezza di dottrine, e quella curiosità scientilìca, quello spirito d'iniziativa e d'investigazione, che annunzia il risorgimento intellettuale delle nazioni » (1).

Era per tal modo tracciata da quella mano maestra il programma della vita avvenire della Scuola Normale di Pisa: alla quale il De Sanctis aveva già il pensiero: « La Scuola IN^ormale di Pisa, e;rli diceva si può con i)oco ricomporre e migliorare, e già a questo effetto sono stati iniziati i provvedimenti opportuni ».

Venuto il progetto De Sanctis all'ufficio centrale del Senato^ vi trovò un relatore, Carlo Matteucci, che conosceva da vicino {'J) la Scuola di Pisa, e sapeva quali vantaggi vi si ottenessero dal convitto: onde ne sostenne validamente le ragioni in due successive rehizioni del 19 febbraio e del 29 marzo 1862, a cui era annesso un controprogetto. « Nelle condizioni infelici — notava il Matteucci — in cui si trova oggi l' istruzione secondaria in molta parte della Penisola, dopo i tormenti specialmente morali che molte province italiane hanno sofferto per tanti anni.

(1) Vedi gli Atti del Seuato: Sessione parlamentare del 1861, N. 115.

(2) Nella secouda relaz. del 29 marzo dice di aver « in varie occasioni per ragioni d'ufficio prestata Topera sua » alla Scuola Normale. Vedi la> Baco, di scritti poL e svila P. /., di C. Mattkucci, Tofinó, l«e3, p. 101. Qui son ristampate tutte le sue relazioni al Senato e alla Camera dei Deputati; che saranno qui appresso citate.

dopo le agitazioni che si sono succedute, non sarebbe facile attirare la gioventù studiosa ad una carriera che, per quanto nobile in sé e d'una suprema utilità per la patria, è tuttavia faticosa, quasi oscura e tenuemente ricompensata. E ostacoli anche più gravi che per lo passato s' oppongono og;;:i ad indirizzare la gioventù in quella carriera; imperocché ad essa fanno oggi non lieve concorrenza gl'impieghi amministrativi, la milizia e principalmente i rapidi guadagni che si fanno colle industrie, coi commerci, coi grandi lavori pubblici ». Per attirare nella scuola normale un numero bastante di giovani preparati agli estami rigorosi di ammissione, bisogna offrir loro non solo speciali mezzi d'istruzione, ma anche il sussidio necessario per mantenersi nel tempo del tirocinio twrmalistieo, da fissarsi a tre anni, sull'esempio delle scuole di questo genere già esistenti in Francia e in Prussia. Ma se a Berlino il seminario filologico^ annesso all'università, è composto di allievi esterni, la Commissione del Senato, dopo speciale- discussione, s'era convinta che fosse da preferire il sistema francese, già imitato con frutto a Pisa, del convitto: « Anche in Prussia o nelle altre parti della Germania dove i seminarii non sono a convitto, gli alunni passano la maggior parte del giorno raccolti assieme nelle scuole per gli studii e gli esercizii speciali, e seguono in tutto le norme di un minuto regolamento; sicché a ragione il celebre filosofo (1) che per tanti anni resse la scuola normale di Parigi e che fu in Francia caldo propugnatore dei sistemi germanici, trovava però che meglio avrebbe fatto la Prussia a stabilire il convitto nel suo seminario filologico e che la Scuoia Normale di Parigi non aveva nulla a inridiarc allo titraniero». Dunque convitto, E scuola e convitto divisi in quattro sezioni da distribuire anche presso istituti universitarii diversi, secondo 1' opportunità: 1. belle lettere; 2. storia e filosofia; o. matematiche; 4. scienze fisiche e naturali. — Se non che questo particolare, per le osservazioni del De Sanctis venne modificato in una seconda redazione del progetto del Senato: fondendo insieme le due prime e le due ultime sezioni, e disponendo che delle due sezioni così costituite ciascuna, dove s'instituisse, dovesse essere completa: ma si stabiliva che con decreti reali, previo il parere del Consiglio superiore, si sarebbe determinato il numero e la sede delle sezioni dello (1) Victor Cousin.

252 LA PBEPARAZIONK stadio normale. E la spesa presunta si calcolava (in L. 72,000, oltre 60,000 per i locali richiesti alla prima fondazione) per quattro scuole, quante allora a\Tebbero potuto occorrerne alla preparazione dei profes^aori delle scuole di tutto il regno.

« Il Ministro (De Sanctts) voleva persuadere il Senato, non a respingere assolutamente l'idea d'una scuola normale con convitto, ma a lasciare libertà al Governo di poter stabilire lo studio normale con convitto e senza ». L' Ufficio centrale, cioè il Mattcucci, stette saldo invece nel convincimento, « che per le condizioni generali degli studi nella penisola non conveniva fare quest'esperienza e mettere in pericolo il successo di un' istituzione tanto importante, neiratto stesso del suo nascere fra noi ».

E nella seconda relazione tornava a difendere con calore il sistema della scuola di Pisa: e dicliiarava di poter affermare che nel lungo periodo, di pia di 10 anni, dacché c'era la Scuola, « non vi fu mai nello stabilimento pisano nessun disordine, nessun atto grave d' insubordinazione ». — « Fra gli alunni esciti » aggiungeva poi con compiacimento, « ve ne sono oggi cinquantacinqiie che sono collocati nolle università e nei licei delle varie Provincie del Regno, e molti fra essi sono non solo valenti insegnanti, ma cultori distinti delle scienze morali, filosoliche e fisiche ». Pi:re nell' art. 13 una concessione aveva dovuto fare, ammettendo che si creassero per il primo triennio dieci sussidi di L. 800 ciascuno ed altri dieci di 400, da ottenersi con gli stessi esami stabiliti per gli alunni convittori, lasciando facoltà al Ministro « di riunire i giovani che avessero ottenuto questi sussidi in una o al più in due sezioni dello studio normjile stabilite x>resso quell'Università o istituto universitario in cui non si potesse ancora aprire la scuola con convitto » (1). Bensì nella relazione dichiarava: «L'Ufficio centrale ha lungamente esitato ad ammetterlo perchè in qualche modo indebolisce il principio fondamentale da cui siamo partiti. Ma le assicurazioni solenni e ripetute, che il predecessore del ministro attuale della P. I. e l'attuale ministro hanno creduto dover dare all'Ufficio e pubblicamente anche in Senato, che in Napoli vi era imimssibilità di trovare sul)ito locali adattati per la scuola normale con convitto o che almeno la possibilità era subordinata ad una grave spesa, hanno fatto sulP a- (1) Vedi il nuovo progetto iiogli Atti cit. u. 115 ter.

nimo nostro una certa impressione. Nói non avremmo niìii voluto esporre il Senato all' accasa di aver privata la gioventii studiosa e tanto intelligente di quelle province, a contjorrere agli impieghi dell'ins'\fi:namento secondario, e fummo perciò condotti a proporvi un modo che solo temporariamente inviilida il principio che ci ha guidati nell'istituzione dello Studio normale ».

l^folto notevole era l'art, 10 del Progetto che instituiva otto premii « da conferirsi alla fine del triennio agli alunni dello studio normale clie risulteranno i più meritevoli in tutti gli essimi dell'intero corso. Il premio consisterà in un sussidio annuale di L. 1200, da durare per tre anni e da cessare quamlo l'nlunno abbia ottenuto un collocamento in una delle scuole dello Stato o abbandonato la i)rofessione delPinsegnamento. Gli alunni così premiati sono a disposi/.ione del ministro (Iella P. I. che li colloca come assistenti per tutto il tempo che dura il sussidio, ])resso una cattedra o uno stabilimento universitario ». — « In questa disposizione — diceva il Matteuc(ji nella prima relazione — noi vedemmo il geruAì di quei liberi seminari! che possiede la Germania nell'alto insegnamento, e che formano poi f veri cultori della scienza, i professori delle grandi università ».

Belle speranze; sejion che, mentre si discuteva il secondo ]>rogetto del Senato, lo stesso Matteucci era chiamato a succed«re (31 marzo 1862) al De Sanctis nel ministero. E il prògetto, quale fu a])provato nella tornata del 5 aprile era profimdamente modificato. Lo stesso Matteucci presentando due giorni appresso alla Camera il nuovo i)rogetto, dopo aver accennato i critèri i dell' istituzione, che erano i suoi originari, diceva: « Parve alla saviezza del Senato, sopratutto tenendo conto delle condizioni economiche del paese, di non tropi)o estenderla, almeno nella sua origine: sicché nel progetto di legge che vi è presentato, il nuovo studio normale del regnosi applica alla scuola normale attualmente esistente in Pisa, che dovrebbe esser riordinata ed ampliata secondo le norme prescritte dalla legge stessa. È però stabilito nella legge che altri studii normali presso altre università, con o senza convitto, potranno essere fondati secondo i bisogni dell' insegnamento secondario, ma che leggi speciali dovranno approvare queste nuove fondazioni. In un^ parola, il Senato ed il ministro hanno ritenuto che, per fondare solidamente un'istituzione così vitale, per non esigere dallo Stato troppo grandi sacrifizii, per attendere dall'esperienza una guida sicura per 1' avvenire,.

264 LA PilEPAttAZIONE «onvenìva edificai^e sopra quello che esiste, Diigliorare un' istituzione l'.lie, ancbe tal quale è, produsse già buoni frutti ». P] dal 1862 infatti lo Stato attende ancora gli ammaestramenti dell'esperienza della Scuola di Pisa!