Ma mio maestro fu, uè qui posso tralasciarne il nome, un normalista del '71, (raetano Rota Kossi, un altro dei molti, che soltanto gli scolari conobbero: insegnante non pur di rara dottrina, ma di appassionato amore alla scuola, per la quale visse tutta la sua vita di studio e di lavoro, immaturamente troncata. Molti ricorderanno quanto gli devono del buon avviamento della propria cultura: io devo anche ricordare che egli mi parlò per primo della Scuola Normale, e m'indusse a cercare in essa, quello che a me bisognava, e che infatti eredo avervi trovato. Buon maestro, a cui la metodologia del pedagogismo non aveva nulla da insegnare; e al quale spesso ritorna ad ispirarsi il mio memore pendegl'insegnanti medi 267 siero, studiando a mio modo questa pedagogia della scuola media.
V.
La Scuola Normale adunque mostrava coi tatti che l'avviamento, che naturalmente essa aveva preso, era il migliore; e solo l)otevasi desiderare che il regolamento, seguendo questo svolgimento spontaneo della istituzione, fosse modificato secondo le esigenze che la vita stessa della Scuola aveva messe alla luce. Il liegolamento 23 giugno 1877, del ('oppino, diede infatti al Direttore e ai professori della Scuola la libertà di movimento di cui essi sentivano il bisogno, abolendo il minuto e antiquato regolamento degli studi del Matteucci, e consacrando legalmente le conquiste, che l'esperienza didattica aveva fatte rispetto al miglior modo di ottenere lo scopo che il nuovo Regolamento confermava alla Scuola (art. 1): « preparare ed abilitare all' insegnamento nelle scuole secondarie e normali ».
Fu definitivamente fissato a quattro il numero degli anni costituenti il corso della scuola: due di studi preparatori, due di studi normalistici. La sezione di lettere e filosofia fu suddivisa nettamente in tre sottosezioni: filologica, storica e filosofica; e in quattro quella di scienze: matematica, fisica, chimica e di scienze naturali (l'ultima fu un'aggiunta ex novo al quadro precedente della Normale). L'art. 9 stabiliva: « la divisione degli alunni di ciascuna sezione fra le varie sue sottosezioni viene fatta soltanto i)er quelli degli anni normalistici ». Così, nei primi due anni tutti gli studi venivano ad essere comuni, e i corsi filosofici assegnati quindi anche ai futuri normalisti di lettere e di storia: e per quelli di filosofia, ai corsi soverchiamente numerosi di materie filosofiche, ordinati dal Matteucci, venivano sostituiti i corsi filologici e storici, necessari a rafforzare quella cultura strumentale a loro occorrente per attendere proficuamente allo studio storico della filosofia: l'unico, come s'è visto, adatto a' novizii; l'unico (checche ne vadano dicendo ora i filosofanti indisciplinati, facili poi sempre a fraintendere il vero significato dei problemi filosofici non nati ieri, e da loro trattati col rozzo metodo di pensare proprio di scienze inferiori al punto di vista filosofico) l'unico, dico, che possa valere d'introduzione alla rii'erca filosofica originale.
Per gli alunni della sezione scientifica si divideva bensì 268 LA PREPAKAZIONE anche il corso preparatorio tra corsi di scienza naturali e corsi di scienze fisico-matematiche. Un alunno fii stabilito che non si potesse iscrivere a due sottosezioni del corso normalistico se non in via eccezionale, dopo speciale parere del Consiglio direttivo. Il criterio, infatti, della divisione tra studi preparatori e uormalistici era quello insufficientemente applicato già nei precedenti regolamenti: che l'ultimo periodo degli studi normali dovesse direttamente indirizzarsi alla preparazione dell'insegnante per la speciale materia, in cui egli voleva abilitarsi. Quindi la neces sita di distinguere gli studi, e specificarli.
Ma in che modo si doveva fare questa preparazione! E in che modo, prima di tutto, avviare nel primo biennio agli studi necessari a sift'atta preparazione? È evidente che la natura del corso preparatorio doveva esser determina:to dalla natura del corso normalistico, in cui la scuola veniva ad assolvere il proprio ufficio. E viceversa, può intendersi il criterio a cui si voleva informato il corso normalistico, guardando come venivano ordinati gli studi del rispettivo corso preparatorio. Orbene, in questa parte il Eegolamento del '77 è molto laconico e molto eloquente: « Art. 10; Negli anni degli studi preparatori i giovani seguono i corsi del primo e secondo anno delle facoltà rispettive nell'ordine che i»er Tanno corrispondente viene indicato dalla facoltà relativa; fanno neir interno della scuola conferenze e lavori sotto la direzione dei professori interni e degli alunni dell'ultimo anno normalistico, ed attendono ad insegnamenti speciali e allo studio delle lingue straniere». Gli esercizi e le composizioni sono spariti: e salvo gì' insegnamenti speciali sussidiari e lo studio delle lingue straniere, che deve servire a dare in mano ai giovani più potenti strumenti di lavoro, onde possano accrescere la loro cultura e muoversi piìi liberamente nel dominio dell'indagine scientifica, il tutto ora si riduce a conferenze e lavori. Qnshììcoiif ereiize? Che specie di lavori? I professori volevano che il regolamento lasciasse loro il diritto d' organizzare nel modo che essi ritenessero più opportuno, questi studi del primo biennio: cioè essi volevano poterli far consistere, consenziente esplicitamente il Eegolamento, in quello che essi già venivano facendo consistere: i lavori, in ricerche e saggi originali di critica; le conferenze, nella discussione di questi lavori. Infatti 1' art. 11 richiedeva poi per r esame finale della scuola, per 1' abilitazione, « una diasertazione sopra un soggetto scelto dallo studente ed una lezione fatta alla presenza della Commissione esaminatrice », disponendo che la Commissicme avesse « facoltà d' interrogare il ©EGL' INSEGNANTI MEDI 269 f^iovane sulla dissertazione ». Questa dissertazione doveva essere la prova del profitto fatto massimamente nel primo biennio della Normale; come la lezione di quello fatto nel secondo: pel quale il nuovo Regolamento estendeva alla Scuola Normale le norme del comune regolamento delle scuole di magistero, nella parte in cui si potessero accordare con le norme speciali della Scuola. Ma gli alunni di questo 2^ biennio, oltre a seguire i corsi didattici, prescritti dal regolamento delle scuole di magistero, era detto anche che dovevano assistere i compagni degli anni preparatori « nelle loro conferenze e nei loro lavori », e magari impartire ad essi « lezioni speciali da stabilirsi d'accordo col Direttore della scuola, il quale sentirà, per questo, i Consigli direttivi speciali di sezione ». Disposizione, la quale, anch' essa, veniva a definire per regolamento la consuetudine, che doveva già essersi formata, dell'attiva collaborazione dei normalisti, nei lavori a cui essi eran soliti attendere; e dell' aiuto quindi prestato da' più provetti a' novellini.
L'ordinamento del 2° biennio, costretto naturalmente a uniformarsi a quello delle scuole di magistero, allora da un anno instituite a canto a tutte le facoltà di filosofia e lettere, continuava bensì, e pareva intensificasse la tradizione degli esercizi didattici, assegnata alla scuola dai precedenti regolamenti. Ma in realtà, dopo quel biennio preparatorio, veniva ad essere sempre tutt' altra cosa dall'ordinaria scuola di magistero; e continuava quindi l'avviamento che già la Scuola aveva preso. Le prove di lezioni e le relative conferenze a Pisa presupijonevano un serio e profondo studio di preparazione, di cui si doveva già aver acquistato il gusto e l'attitudine coi lavori del primo biennio. Non avevano per base effettiva, come accade in tutte le scuole di magistero, la stessa cultura liceale rinterzata dalla lettura di qualche manuale scolastico. I normalisti di Pisa dovevano i)repararsi alle lezioni, da fare innanzi ai loro ordinarli maestri, dopo aver appreso il metodo onde si acquistano le idee chiare e certe intorno a ogni determinato argomento. E questa era un grandissimo vantaggio, per cui gli stessi esercizii didattici diventavano occasione e stimolo nuovo a quegli studi coscienziosi, metodici, profondi, che soli son capaci di dare all'insegnante la coscienza dei bisogni del suo insegnamento, quando ha da essere per davvero x^roficuo.
Il nuovo regolamento, del resto, manteneva tutte le parti buone del precedente, perciò che riguarda gli esami di ammissione e le norme adatte ad assicurare alla Normale una eletta 270 LA PKEPAKAZIOXK 270 LA PKEPAKAZIOXK scolaresca (l). Quanto alla parte disciplinare si continuava la tradizione di libertà ragionevole, iniziata con la riforma del '62, quando il relatore del Senato, il Matteucci, osservava: «Crii alunni delle Scuole Normali, sono giovani eletti, che hanno già mostrato di amare lo studio, sostenendo le fatiche richieste per prepararsi ai difficili esami d'ammissione, e che perciò intendono proseguire gli studi con ardore non comune. I regolamenti delle Scuole Normali non esigeranno per conseguenza da quei giovani più di (piello che essi stessi spontaneamente sono disposti a fare per la loro istruzione. Essi troveranno nella vita, negli studi, negli esercizi in comune, nel consorzio amichevole con professori di fama universalmente acclamata, quel legame incancellabile di dottrina, quella comunanza di affetti, quelParmonia dei metodi, che devono sostenerli e incoraggiarli nelP esercizio delle loro funzioni...Xò le nostre Scuole Normali sono da confondersi con tiuei collegi, che hanno esistito o che i)ur tuttavia esistono, dove gli studenti sono ammessi a vivere con certe discipline rigorose non più confacenti alP educazione dei iemiji nostri, e che forse anco per lo passato non hanno mai servito a risvegliare nei giovani, come si richiede nella vera educazione, il sentimento della dignità e della responsabilità dei proijri atti » (2).
VI.
VI.
Chi è stato i]ifatti alla Scuola Normale ricorda di non aver patite costrizioni in (luegli anni, che tornan sempre più lieti nella memoria. Avevamo 1' obbligo, certo, di frequentare i nostri corsi universitarii, e di prendere a fin d'anno i relativi esami, senza rimandarne nessuno: e quelli del secondo anno, fra cui era i)er tutti compreso l'esame di licenza con una dissertazione, che voleva essere un lavoro non inferiore a quello di laurea, eran parecchi: e gravi, tutti insieme. Ma la frequenza dei corsi era rimessa in fatto al nostro buon volere; e ve n' erano che, indisturbati, se ne restavano non di rado in casa quando avrebbero dovuto essere all'università. Fino a un certo segno si lasciava correre, lasciando a ciascuno, anche in ciò, il (1) Vedi in appendice a questo volume riprodotto un estratto del Regolamento 23 giugno 1877, tuttora vigente.
(2) Cit. anche dal Betti nelle ^Tofia^ie premesse al I volume degli Annali, pp. XVI-XVII.
rischio e la responsabilità della projnia condotta. Ma in generale noi ci sentivamo attirati alPuniversità, e attendevamo con desiderio le ore delle lezioni. Ne gli esami ci sgomentavano, perchè ai piti promettevano premii e conforti alle fatiche dell'anno: e però erano i)iuttosto attesi con fiducia e con desiderio. Xella Scuola, dove ognuno viveva per suo conto, in una camera sua, servito del necessario, co' suoi libri, si godeva ogni possibile libertà. E si entrava ed usciva, quando pareva; e si studiava e dormiva, quando piaceva. Fisse erano le ore della mensa, che ci raccoglieva tre volte al giorno intorno al vice-direttore, che era pure il nostro professore interno di latino e greco, o al pi*ofcssore interno di matematiche (il taciturno lUanchi, nel cui sguardo intento noi almanaccando leggevamo sempre chi sa quali nuovi progressi d'analisi accanitamente inseguiti). Fissa era anche Torà della rientrata, la sera, alle 21, salvo le domeniche e ogni altro giorno specialmente concesso, in cui ci si permetteva di tornare dopo la tìne del teatro.
(Quando ci venni io, nel novembre del 1893, per le abitudini, che avevo innanzi contratte, di libertà mi parve d'averne anche più del bisogno. Vi giunsi dal fondo d' una lontana provincia, dopo lungo viaggio di mare e di terra, senza sapere che avrei trovato, senza un'idea della vita che nella scuola m'aspettava, senza conoscer nessuno dei maestri, e solo di nome il D'Ancona e lo Zambaldi. Ne a Pisa avevo amici di sorta. Giacche gli esami di concorso li avevo fatti presso l'università di Palermo; poi m'avevan chiamato, ed ero andato. Arrivai a Pisa che era notte; e mi rincrebbe di non jioter quindi cercare subito la Scuola, per vederne almeno la facciata e la porta. Ma nell'albergo, mentre mi rifocillavo del digiuno del viaggio, non seppi trattenermi dal chiedere a qualcuno se fosse vicina la Scuola Normale Superiore. E la mattina appresso, appena levatomi, corsi. Mi pareva che lì avrei trovato un'altra famiglia; e ne sentivo il bisogno pensando con un eerto smarrimento a quella lontana, lasciata laggiù, e non vedendo più da un paio di giorni nessuna faccia conosciuta. E la scuola infatti m' accolse come un vecchio scolare. M'aspettava Giorgio, il portiere che mi condusse dal Eosati, il vice-direttore, del quale portavo ancora addosso la cartolina che mi aveva annunziato P esito degli esami. Egli mi chiese del viaggio fatto e mi diede con semplici parole il benvenuto. Si riseppe subito il mio arrivo, e molti normalisti si raccolsero nella camera, che era divenuta dro tempore mia, e quel giorno non fui pili solo. La sera passeggiavo anch'io sul Luiig'Arno con varii comi)agni, e ini pareva d'essere da un pezzo a Pisa.
Il giorno dopo venne il D'Ancona, che da un anno era succeduto al Betti nella direzione della scuola; e mi chiamò a sé, e mi disse buone parole d'incoraggiamento. L' avevo già udito la mattina alla lezione dell'università; e m'era cresciuta la reverenza per lui. Sicché, quando gli fui dinanzi, mentre parlava quasi non osavo alzare gli occhi. E ogni sua parola, detta con l'accento di franchezza cordiale che il vecchio maestro sapeva, trovava diritta la via del cuore. Non mi ricordo precisamente che mi dicesse: certo uscii dalla Direzione con un vivissimo desiderio di meritarmi l'approvazione, la stima di quel maestro, con una gran fede nella sua opera; e ne scrissi quel giorno stesso, con gratitudine, al mio professore del liceo, che m' aveva indotto a concorrere per la Scuola Normale.
Quanto agli studi, nei primi giorni, naturalmente venivo cercando di pigliar aria, p] per verità, dapprima provai un certo sgomento. Uno de' normalisti, vicino a me di stanza, e verso •del quale mi sentii presto attratto per l'entusiasmo con cui e^li mi parlava de' suoi lavori e per la sicurezza con cui già nio strava di muoversi nelle ricerche scientifiche, destò in me fin dal primo giorno il desiderio di seguir le sue tracce. Di questo debito, che io ho verso Augusto Mancini, com'egli ne avrà uno simile verso altri compagni ])recedenti, non e' è normalista che possa dirsi esente. Ognuno ha trovato lì qualcuno, che Plia spronato e gli ha additata una via. ]Ma quando ero col 3Iaucini, e lo vedevo tra le bozze di stampa dei lavori già com pinti e gli appunti che veniva con grande alacrità raccogliendo e distribuendo sempre metodicamente in varie rubriche, tra il greco di Eusebio che allora studiava e il tedesco delle monografie critiche che veniva compulsando, e che la Scuola Normale aveva acquistate appunto per i suoi lavori, come soleva fare per tutti, io che fino a ieri non avevo scritto altro che i miei componimenti e le mie traduzioni scolastiche, e non avevo mai guardato una pagina di tedesco, e non sapevo né anche cosa fossero le bozze di stampa, vedevo tra me e il Mancini, che pur mi pareva il segno a cui anch' io avrei dovuto presto avvicinarmi, un abisso. E non ci dividevano se non due anni di studi.
Simile sgomento vidi piìi tardi in un valentissimo giovane, che prometteva per forza di studi e genialità d' ingegno salire .^^ assai in alto nella filologia classica, e la cui fine pietosa, a Gottinga, mentre perfezionava colà la sua istituzione universitaria, non sarà mai abbastanza compianta da quanti l'amammo e da quanti lo conobbero. Cammillo Vitelli venne alla Scuola Normale nel novembre 1895: già molto innanzi nella conoscenza del g;eco e del latino, e assai ben preparato in tutte le discipline. Ma non sapeva ancora il tedesco; e però si vedeva lontano lontano da quella filologìa, il cui amore pareva portasse nel s mgue; e uno dei primi giorni mi manifestava il dubbio che ]n'r grandissima parte del suo tempo, negli anni dell'università, egli dovesse rinunziare agli studi che più gli stavano a cuore, poiché aveva intanto da imparare quel l)enedetto tedesco: e quasi temeva di non poterne venire a capo. Io lo confortai assicurandolo che in capo a pochi mesi egli avrebbe saputo già tinto della lingua da poter cominciare a servirsene a' suoi bÌ8o;:ui; e poi si sarebbe spratichito appunto servendosene. E il pò \ ero Cammillo, che aveva una volontà di ferro, dopo pochi mesi ora in grado di parlare il tedesco, e correva per Pisa in traccia di tedeschi per esercitarsi. E s'era già avviato velocemente per i suoi studi, nei quali i pochi anni che visse gli bastarono a produrre frutti notevolissimi.
e )sì anch'io a poco a ik)co nell'aria tiepida della Normale venni prendendo animo. Cominciai anch'io a frugare tutti i giorni nella biblioteca, per portarmi in camera sempre nuovi libri, e riviste, che si divoravano. Cominciai anch'io a leggiucchiare il tedesco; e intanto a raccogliermi intorno a qualche lavoro speciale: fin da' primi mesi del primo anno. Il D' Ancona e il Crivellucci portarono un giorno in iscuola un elenco di temi, invitando ciascuno a sceglierne uno, e suggerendo quindi la bibliografia da tener presente e la maniera d' iniziare le ricerche. Io presi a soggetto del mio lavoro di letteratura italiana la Bosmunda del Eucellai per studiarne le relazioni con la Sofoninba del Trissino e con i modelli greci. E per il lavoro di storia mi misi a indagare le Leggi suntuarie nel Co mune di Pisa. Qualche risultato nuovo parmi di aver ottenuto nell'uno e nell'altro lavoro; ma il vantaggio che ne ricavai fu altro, e assai maggiore, com' è facile intendere. Per parlare della Bosmunda dovetti leggere tutte le altre scrittijLre del Eucellai, e molte altre tragedie del cinquecento, e quelle del teatro greco, sia pure nelle traduzioni del Bellotti; e studii critici speciali, e storie letterarie generali: e tutto con quell'at- 274 LA PttEP A RAZIONE teiizione intensa che si pone a ciò, in cui ci si vuol formare una convinzione, per poterne dire qualche cosa noi. Perche già sentivo dai compagni, e vedevo nelle conferenze della scuola, che i giudizi del D'Ancona eran severi quando non si dava prova d'aver fatto quanto si sarebbe potuto, e non si era saputo mettersi in grado da dire qualche cosa di positivo, di chiaro, di i>reciso e di nuovo. Si ricordavano bene i suoi rabbuffi, o le sue critiche, condite da barzellette pungenti, di certi lavori pretensiosi e vacui. Si veda un po' quel che ne racconta il Kirner nel suo Diario (1), a proposito d'uno scritto da lui presentato al D'Ancona nel primo anno: « Ogni volta — scrive il Kirner — ogni volta che ripenso a quella conferenza, sento più viva 1' ammirazione per quell'uomo, che senza scoraggiarmi, aveva demolito il mio lavoro, anzi tutto me stesso...Ne io provai nessun dispetto, anzi da quel momento mi sentii legato a quella persona, che mi aveva aperti gli occhi, dai vincoli della gratitudine. Bisognava ricominciare da capo: i fatti, non le astrazioni e le vuote chiacchiere, dovevano essere d' allora in poi argomento dei miei studi ».
I fatti, è vero: questo sentivamo tutti che il D' Ancona aspettava da noi: questo trovavamo soprattutto ne' suoi libri, che tutti leggevamo appena entrati nella Scuola, se non li avevamo letti prima. E qualcuno x^ofceva avergli veduto certo risolino malizioso sulle labbra, se gli parlava del suo desiderio di darsi alla filosofia o, comunque, del suo interesse per questioni speculative. Egli aveva perduto ogni fede nei sistemi, forse dacché ne aveva conosciuto, giovanetto, un assai arruffato rappresentante (2); e un giorno mi disse che egli non sapeva concepire altri studi filosofici scrii, che quelli di storia della filosofia: che dopo Platone e Aristotele non c'era più nulla da inventare; infatti tutta la storia da allora non aveva fatto altro che ripetere ora l'uno ora l'altro di quei due opposti sistemi, i quali avevan descritto fondo all'universo. Che quindi, poiché questi fatti dei continui rimaneggiamenti del pensiero filosofico c'erano, bisognava bensì occuparsene, ma storicamente, come si fa delle religioni, delle superstizioni, delle leggende popolari, e (1) Discorsi e scritti, già cit., pp. 14-15.
(2) Paolo Morello, che fu suo maestro di filosofìa. V. la mia nota in Spaventa, Uà Socrate a Hegel, Bari, Laterza, 1905, p. i99.
J così via. Non che egli mostrasse di non avere nessuna fede; anzi tornava non di rado nelle sue considerazioni storiche un motivo religioso manifestamente inconcusso: ma, appunto, non voleva essere altro che una fede, ritenendo il D' Ancona impossibile ogni forma di sistemazione determinata e positiva, fosse pure d'una religione. Si sentiva bene che egli non era uno scettico; ma scettico si dimostrava verso tutte 1»^ costruzioni intellettuali degli uomini, e però richiamava ai fatti; e si vedeva che provava un certo rincrescimento se nel secondo biennio, in cui gli studi della Scuola si biforcavano, qualcuno, da cui egli aveva «creduto si potesse cavare qualcosa, si sviava dietro alla filosofia. « Un'altra anima perduta »! — disse una volta.
Ma contro questi principii reagiva salutare il buon gusto e l'ingegno dell' uomo: il quale, se per sistema aborriva dal rajiionare astratto e dal muoversi tra le idee, e l'opera d'arte, quindi, voleva si cercasse solo come fosse nata e in qual mondo, senza affrontare l'analisi estetica di essa, a cui non basta più la cognizione dei fatti aecertibili; se insomma ci predicava sempre che badassimo alla storia, e lasciassimo da parte le discussioni estetichi», non credeva perciò che qualcuno per doti naturali e per speciali attitudini d'ingegno non potesse far bene anche a i>rovarsi nella valutazione diretta dell'arte: ed era pronto a riconoscere ed apprezzare i buoni saggi di critica, che qualche rara volta venivan letti nelle nostre conferenze dai giovani.
Ricordo le lodi da lui date a un com])agno che gli lesse un suo bel lavoro sul Pastor fido^ di imra analisi estetica. E ricordo una sua sfuriata confidenziale contro certi articoli, che furon pubblicati sul principio del 1895, contro il metodo storico i)revalso da un i)ezzo nell'insegnamento superiore della letteratura italiana. A un tratto, si fermò e cavandosi il cappello: « Innanzi al De Sanctis, — disse, — io sono il primo a inchinarmi ». E continuò ricordando l'entusiasmo che il gran critico suscitava a Torino nelle sue conferenze dantesche degli anni tra il 1854 e il 57. E conchiuse: « Ma per quella critica ci vuole l' ingegno del De Sanctis ». La verità è che per la stessa critica del De Sanctis occorre la preparazione storica; e lo stesso De Sanctis veniva predicando, coni' è noto, quello che inculcava a Pisa il D'Ancona, e che s'è udito p. e. dalla sua bocca nella commemorazione del Frizzi: che, cioè, la nostra storia letteraria fosse tutta da rifare; e a ciò si richiedevano e in parte ancora si richiedono, indagini monografiche, pazienti, minute: occorreva 27t) LA PKKFAMAZIONE ed occorre quella filologia, a cui il D' Ancona avviava sapientemente.
Con lo stesso metodo si doveva procedere nei lavori di storia, che si preparavano pel Crivellucci, il quale pubblicava poi i migliori ne' suoi Studi ntorici. E i due insegnamenti si davan la mano. Per ragionare delle leggi suntuarie di Pisa a me toccò non solo di leggere molti libri di storia, ma lavorare alcune ore al giorno per un paio di mesi in Archivio: non solo per cercare se vi fossero altri provvedimenti in proposito, oltre quelli già messi in luce da uno studioso della storia locale, ma anche per rendermi conto dell'importanza di essi rispi'tto all'economia e alle usanze del tempo.
E mi ricordo d'avere scorsi, oltre i registri dei ^consigli del comune, tutti quelli dei pubblici notai, per tutto il sec. XV e il cominciare del XV, i>er indagare attraverso i contratti nuziali le condizioni dell'economia domestica e quella i)arte dei oostumi, che avessero attinenza col mio soggetto. Anche quel lavoro, se meritò qualche lode dal Crivellucci, rimase poi imperfetto; ma anch'esso era servito largamente al suo vero scoim): non solo per le speciali attitudini che potò educare in me alla ricerca attraverso i manoscritti, ma i)er l'abitudine, che era adatta a creare, alla x>iizienza di chi indaga, in ogni sorta di studi, verità nuove, e deve perciò lavorare e lavorare, tentando tutte le yie possibili, per trovare, e spesso non trovando nulla, ma ottenendo così di quando in quando il compenso anche delle fatiche infruttuose, nella gioia d'una scoperta; che, per quanto piccola, è una scoperta, ed è una [)ietruzza necessaria a un edilìzio, che può levarsi alto per l'aria, e farsi ammirare.
E questi lavori, a cui ciascuno per suo conto attendeva, venivan maturando ogni giorno in mezzo quasi all' interesse comune nella Scuola. Anche lì dentro, com'era naturale, affinità di anime e di abitudini facevan nascere varii gruppi di più stretta intimità. Ma in ogni gruppo può dirsi che il lavoro di ciascuno fosse il lavoro di tutti; perchè non c'era osservazione nuova, o nuovo dato scoperto, non c'era nuovo libro che si trovasse utile al proprio tema, di cui non si desse comunicazione agii amici, e non si discorresse insieme. Quante difficoltà non si risolve vano così! Quante induzioni non venivano abbandonate o corrette dopo averle discusse insieme! Era una vera, intima, attiva e continua collaborazione, della quale ciascuno aveva la sua part-e di fatica e la sua parte di profitto. Talvolta i lavori dei più giovani, dei più buoni, come ne capitano non di rado alla Scuola Normale (come quei poveri morti lodati dal D'Ancona), i quali vengon lì a mettersi a fianco dei più provetti con la fiducia di fratelli minori, erano per i più provetti un pensiero assiduo, come di cosa propria. E se ne chiedeva continuamente, e si seguiva il loro svolgersi lento con occhi d'amore e con voti d'augurio. Un solo anno ci divideva dal corso di Fortunato Pintor (non dispiaccia alla schiva modestia dell'amico trovare qui anche il suo nome, che devo a menzionare in onore della nostra alma mater comune!); ma era tanta l'ingenua bontà, tanto il candore della sua anima, che al Salza e a me, più che un fratello minore, ci pareva quasi di vedere in lui un figliuolo. E la premura nostra ai progressi de' suoi lavori sul dominio di Pisa nell'isola d'Elba, sul Catone dantesco, sulle liriche di B. Tasso, sul teatro fiorentino del sec. XVI, e su altri argomenti da lui studiati negli anni che fummo insieme, non credo possa esser superata da quella che il i)adre ha per la buona riuscita dei figli. E devo dirlo per dare un'idea adeguata alla realtà della Scuola Normale. Non che dovessimo spronare al lavoro il nostro più giovane compagno: tutt'altro! Ohe anzi dal secondo anno in su ci impensierivamo per la sua salute; e tutte le notti, andavamo da lui per persuaderlo a lasciare il tavolino, e mettersi a letto. Ed egli era così tenace alla fatica, che non pareva sentisse mai bisogno di riposo. E rideva con noi degli studenti dell'università, che, rincasando a sera assai tarda e vedendo dalla piazza dei Cavalieri illuminate le nostre finestre, inorridivano di noi, e ci urlavano a squarciagola: « Sgobboni! ».
Ma non rise Gioacchino Volpe, quando ci venne anche lui nel 1895, da Sant'Angelo dei Lombardi, ben piantato, tarchiato, con quel suo sorriso a fior di labbra, fermo, che pareva rispecchiare ogni volta un ben determinato pensiero: selvatico, piuttosto, e uso a poche cerimonie. Il quale dopo una e due volte che si sentì disturbato sgarbatamente da quell'urlo, ritenne indispensabile all' onore della Normale che si dovesse troncare quella noiosa faccenda con una sortita, da rovesciarsi improvvisamente sui disturbatori dell'ordine pubblico, (che veramente non si può dire che regnasse mai nella nostra Piazisa, poiché essa era sempre deserta). Non ricordo precisamente come la cosa andasse a finire: ricordo bensì il corto e nodoso bastone, con cui il buon Volpe si apparecchiava alla pugna. Pincor, dunque, rideva, e stava saldo alla sua sedia fino alle 2 e alle