3 del mattino, quando con qaella sna scrupolosa coscienza da asceta, che non ha perdonato mai la più piccola debolezza al suo organismo, penetrava, penetrava sempre più addentro, col suo diritto acume, nelle questioni e questioncelle che veniva incontrando, anzi facendo nascere sul cammino delle sue indagini. Kè valevano le nostre esortazioni, finche non diventassero quasi ordini perentorii, ai quali egli per la sua bontà s'arrendeva. Chi può ridire l'accuratezza sagace con cui egli, fin d'allora guardava e riguardava da tutti i lati le questioni studiate, e la pazienza instancabile con cui cercava di precisar tutto, a costo di qualunque fatica? A chi non conosca l'uomo, in questi tempi di brutta mania titolografica, basti dire che l'ultimo suo lavoro, sul teatro fiorentino del secolo XVI, a cui più anni attese con studi indefessi e con larga esplorazione delle biblioteche pubbliche e private di Firenze, lodato assai dai maestri, a Pisa e a Firenze, e incominciato a stampare negli Annali della scuola, è stato poi condannato dal Pintor a restare inedito in un cassetto, perchè a lui non sembra in tutto finito, ed egli non s'induce mai a riconoscer a se stesso di aver fatto per esso tutto il i)ossibile. E sarebbe un lavoro da onorare ogni più insigne studioso e da giovare assai alia storia della nostra letteratura. Un Pintor nella Scuola Normale è modello, non pur di coscienza scientifica, ma di quella squisita moralità, che solo si conosce e solo può edificare nell'intimità di una consuetudine di tutti i giorni: era uno degli strumenti più preziosi ed efficaci...della vera preparazione degl'insegnanti. Guardando a lui tutti sentivamo il bisogno di esser buoni e scrupolosi nell'adempimento di tutti i nostri doveri; e ci nasceva nell'animo un certo desiderio di sacrifizio, per qualcuno e per' qualche cosa, per una qualche idea nobile e i)ura.
Desiderio che è forse il porro unum del maestro.
I nostri lavori dopo la tesi di licenza del secondo anno erano, fin dal princiino del terzo anno, la preparazione della tesi di laurea e di abilitazione, e quella degli esperimenti di lezioni che ci toccava di fare così nel.5°, come nel 4° anno. Le quali lezioni si badava bene ad avvertirci, anche dal D'Ancona, che non avessero carattere universitario: ma l'abitudine già fatta negli studi, e le esigenze effettive degl' insegnanti ci traevano a prepararle, come già s'è accennato, in maniera che si facesse uno studio profondo dell' autore o dell' opera, che era argomento della lezione, e di quello che di più importante si fosse scritto sull'argomento. L'esposizione non doveva entrare in midegl'insegnanti medi 279 nute discussioni critiche, ma doveva scaturire dalla cognizione esatta e dal giudizio ponderato delle discussioni già fatte da altri; e dico, doveva: perchò, se uno preparava la sua lezione di letteratura italiana senza aver fatto tutto questo, alla lezione succedeva una critica del D'Ancona, che sciorinava lui tutto quello che non s'era veduto, e che si sarebbe dovuto vedere per acquistare quelle idee esatte, che il maestro non trovava nella lezione.. E quanto al metodo, egli non chiedeva altro, se non che l'esposizione fosse ordinata, chiara: tutto ciò, insomma, che può chic-, dersi, e che deriva, quando deriva^ dMa &tessQ> re bene per speda.
Quando c'ero io nella Normale, d'insegnamenti speciali interni non c'erano se non quello di lingue straniere; e questo si limitava, credo i)er ragioni di bilancio, al tedesco; e poi, i)er le scienze, tre corsi alterni del prof. L. Bianchi: Teoria dei numeri^ Teoria dei grupi)i di sostituzioni e delle equazioni algebriche secondo Galois, e Complementi di calcolo; e per le lettere e filosofìa due corsi del prof. Rosati, di lingua e grammatica latina, e lingua e grammatica greca, appartenenti agli studi preparatorii del primo biennio. Questi corsi avevano carattere liceale; e s'intende agevolmente quale ne fosse il fine e il vantaggio.
Ma Filippo Rosati non era tanto per noi il maestro modesto e bonario di quei corsi: quanto il vice-direttore, e quasi la personificazione di tutta la Scuola, nella sua vita ormai semisecolare. Egli era stato abilitato lì nel '02; e poi era stato subito nominato x>rofess()re interno, con vitto e alloggio nella scuola; e vi si trovava quindi dal 1860. Due generazioni eran passate per la Scuola: ed egli era rimasto, e ricordava tutti, e alla mensa ci parlava della gioventù di quelli che noi vedevamo già maestri, già canuti, nelle università: e ci diceva come e quanto studiassero, e come si bisticciassero (il D'Ovidio, j). e. e il De Doininicis letigavano meridionalmente a occhiate, lì a tavola) e come si divertissero; e dei maestri che erano stati a Pisa e non c'erano più, o erano morti. Un giorno ci ricordava le grandi attitudini di Francesco Fiorentino al difficile insegnamento della pedagogia. Il Villari, il Betti mm c'erano più; ma egli li. teneva presenti tra noi; il D'Ancona, non alloggiava nella Normale, e non veniva alla nostra mensa; ma egli ci portava sempre il suo pensiero, i suoi desiderii, e pareva volesse dirigerci come primo inter parc8j perchè il D'Ancona fosse contento di noi. E a lui noi sapevamo di i)oter aprire tutto l'animo nostro, perchè egli era disposto a indulgere anche ai nostri errori, che correggeva con un'osservazione scherzosa, quasi impersonale, e talvolta con uno sguardo cbe era disapprovazione, ma temperata da un sorriso. « Pippo » come si chiamava qualche volta tra noi, ci reggeva con l'affetto; e nessuno avrebbe mai pensato a dargli un dispiacere, E ci era simpatico per i costumi semplici e rigidi, di cui ci dava l'esempio, vivendo da tanti anni quella stessa vita da cenobita, che noi pensavamo prossima a terminare per noi, fra breve, insieme con gli studi giovanili, con la preparazione alla vita. E l'ammiravamo noi giovani quando lo vedevamo nelle mattinate piii fredde uscire assai per tempo dalla scuola, col fucile in ispalla e gli stivali a mezza gamba, che pareva piti giovane di noi. E i piii di noi l'imitavano, cohìc potevano, indurandosi nella palestra, nella scherma, e nel bagno della scuola, e ne^jli esercizi podistici su per le Alpi Apuane. Giacché alla scuola si lavorava, ma non s'intristiva, almeno i più.
Né era un'arcadia di filologi e filosofanti. V'erano amicizie profonde di spiriti fraternizzanti, ma c'erano anche pugni e bastonate. Non parlo delle discussioni calorose, che frequentemente s'accendevano alla fine della mensa, quando si restava soli, tra i letterati da un lato e i matematici dall'altro, che non eravamo mai d'accordo; e pareva che di qua e di là della tavola si guardasse il mondo con diversi occhi; e che ci fosse una logica per quelli, e una per noi: quelle discussioni, per quanto si strillasse, fino a far accorrere Pippo, finivano sempre in una risata. I pugni, se non ricordo male, vennero quanto il cresciuto interesse politico, allora tenuto desto negli animi nostri dai luttuosi fatti d'Africa e dagli appassionati dibattiti intorno alla moralità e al valore politico del Grispi, fece nascere nella scuola una sala di lettura, per la quale il D'Ancona ci concesse il locale e l'uso degli ultimi numeri di alcune riviste piti interessanti della nastra biblioteca o sue. Lì leggevamo sempre tutte le recensioni del Giornale storico del Eenier, che esercitava una grande efficacia sulle nostre menti. Ma lì leggevamo anche i giornali politici, che accendevano allora il nostro animo, ed eran causa di guai.
Quando inaugurammo la nostra sala vennero, per nostro invito, il D'Ancona e il Rosati con Filippo Serafini, il romanista, allora rettore dell'Università: e noi facemmo quella sera per bene gli onori di casa, con paste ed applausi, che non finivano piti. La sala non era grande; e tra i normalisti interni e gli aggregati, che v'erano raccolti, era una folla che si stillava attorno ai vecchi maestri, acclamati calorosamente. Il Serafini aveva un nodo alla gola; e non riuscì a parlare. Ma il D' Ancona, che aveva sempre il discorso pronto e adatto per tutte le occasioni, pur con voce che tremava, ci disse belle parole dì augurio e di consiglio, lodando il nostro proposito d' interessarci alle questioni politiche, poiché la scienza riceve il suo valore dalla vita; ma esortandoci col suo esempio a non perdervi troppo tempo e a non mettervi troppo interesse, perchè non ne avrebbero sofferto solo i nostri studi, ma anche l'animo nostro. « Non leggete troppi giornali, e non cercate in essi altro che i fatti; ma imparate da voi con la vostra coscienza « coi vostri studi, soprattutto con la storia, a giudicarli. Non vi asservite ai partiti; conservate gelosi quella libertà del giudizio da tutte le passioni, che s'addice a chi vive di studi ». Quelle parole furono ascoltate con religioso raccoglimento, e applaudite vivamente. Ma poi non riuscimmo a ricordarcele sempre; e le dispute politiche, specialmente quelle intorno al Crispi, non furono sempre spassionate e libere, né tutte pacifiche. E vere tempeste si scatenavano nelle assemblee generali in cui si faceva la scelta dei giornali, a cui la sala dovesse abbonarsi: perchè i nostri odii per certi giornali, secondo il vario colore, eran feroci. Ma an-<5he quella ferocia, ora che ci ripenso, la benedico. Era un opportuno correttivo alla passione per lo specialismo dei nostri sludi, par l'astrattezza del loro oggetto rimoto dalla vita, alla quale pure avremmo dovuto un giorno educare; passione, che il genere degli studi prevalenti nella Scuola alimentava intanto di continuo.
E un altro salutare correttivo era a tutti gli alunni della sezione di lettere e filosofia l'insegnamento normalistico, a tutti comune, nel primo anno, della filoso6a, affidato a un uomo, come Donato Jaja, che non era tanto un dotto, quanto un apostolo ed educatore vero. Tutti erano obbligati alle sue conferenze, ma tutti ei venivano pur volentieri; e non tutti magari seguivano il pensiero del maestro, e riuscivano a vedere la verità e il valore di <5iò che egli insegnava; ma tutti si sentivano attratti dalla sua parola verso qualche cosa, che era la vita, e prometteva la vita. Era per tutti una voce, che scuoteva le coscienze, e faceva sentire allo specialista il suo specialismo, e ne faceva modesto l'animo col sospetto di quel mondo superiore, in cui egli non entrava. Bicordo una volta che s'uscì col Salza, uno de' più valenti tra quelli che s'erano già specializzati, da una conferenza,, in cui il Jaja, a proposito di giudizi analitici e sintetici, ci aveva parlato della sintesi a priorij ed era andato a fondo 232 LA PREPARAZIONI!: neir illustrazione di questa scoperta kantiana; e con anima vibrante aveva additato 1\ il segreto della filosofia moderna. Il Salza doveva tornare su, nella sua stanza, a studiare non so pili se le tragedie di Antonio Conti o le commedie di Ludovico. Dolce; ma in quel momento non ci pensava certo, ed era commosso e molto turbato: « Bello, oggi; hai ragione ». E fui io che gli riparlai de' suoi autori. Ma il mio buon* Salza, V erudito e modesto Salza, non può aver dimenticato quella lezione. Nelle conferenze della Normale D. Jaja era piti intimo, e quindi piii efficace. In conferenze di questo genere, anche senza 1' anima di D. Jaja, ogni professore di filosofìa farebbe un po' di bene a tutti gli alunni, per la stessa natura della materia. — Invece^ no: la sola materia filosofica per tutti, nella scuola di ma«:istero vuol essere la pedagogia, in quanto è altra cosa dalla filosofia, come dicono. — Quella pedagogia alla Scuola Normale non c'era.
Ma ce n'era una, che s'insinuava ad ora ad ora nei nostri spiriti per la vita che vivevamo. E quando, laureati e abilitati, eravamo raccolti per l'ultima volta alla mensa della nostra scuola, e questa volta col Direttore e tutti i nostri professori, e il D'Ancona ci diceva la parola d'addio, e ci raccomandava la memoria della Scuola, che paragonava al cavallo di Troja, noi sentivamo come suggellato quasi un patto solenne tra la nostra scuola e noi: sentivamo di dovere a lei quello che eravaraa diventati, e di dover pagare il debito della nostra gratitudine portando nella nostra scuola futura la stessa coscienza e la stesso amore, che avevamo trovati in essa. E nella coscienza e nell'amore non è tutta la pedagogia?
VII.
II 1899, giubilatosi dall'insegnamento universitario, il D'Ancona dovette lasciare anche la direzione della Normale. Ma gli sottentrò un altro luminare dell'Università pisana, il sen. Ulisse Dini, uno di quei maestri che tutti i giovani dell'università son capaci di stimare e rispettare, a qualunque facoltà appartengano. E col Dini la scuola continua la sua bella tradizione; né altra desidera, a mio parere, che un aumento di assegni, rimasti immutati dal '62; aumento che permetta un incremento della biblioteca (che pur possiede oggi un 20,000 volumi); un insegnamento di storia delle istituzioni scolastiche, fatta col metodo che si richiede in DEGL^ INSEGNANTI MEDI 283 Ogni maniera di ricerca storica; e un professore interno francese di francese, che conviva nella scuola coi Korraalisti, come si fa a Budapest nel Collegio Eotvos. Altro almeno io non saprei desiderare per la Scuola; ed è sperabile che l'autorità del Dini e il credito della Scuola possano fra non guari ottenerle siffatti miglioramenti.
A indice delle sue benemerenze io non ricorderò altri nomi di insegnanti che sono usciti dalla Scuola Normale dal 1677 in qua: fra i quali ve n'ha, di università e di licei, che tutta l'Italia conosce e onora. Ricorderò soltanto che dal 1871 la scuola ha ymbblicati (Ino al 1907 ben 20 volumi (alcuni di ben grossa mole) di lavori scientifici, spettanti alla Sezione di lettere e filosofia, e 10 (l) di lavori dell'altra sezione. In quelli si hanno lavori, oltre i già ricordati, come le tesi di A. Crivellucci, Bel governo popolare di Firenze (1494-1512) e il suo riordinamento secondo il Guicciardini (voi. IT, 1879), di F. C. Pellegrini, Sulla repubblica fiorentina a tempo di Cosimo il vecchio^ e del Setti ^ La critica letteraria in Aristofane (III, l.'^80); del Puntoni su Le rappresentanze figurate relative al mito di Ippolito (IV, 1884); del Saviotti su Pandolfo Collenurcio (V, 188^); del Barbi su la Fortuna di Dante nel 500 (VII, 1890); del Flamini, La lirica toscana nel rinascimento anteriore ni tempi del Magnifico (Vili, 1891); del Pavolini, L itomi e gli epiteti omerici del mare (IX, l.s92); del Goidanich, Quaestiones Plautinae (ivi); del Pirro, Studi erodoteij (X, 1894); del C laceri, Contributo alla storia dei culti delV antica Sicilia (XI, 1896); del Mancini snl Dramma satirico greco (ivi); del Govotti, Sulla filosofia di Protagora^ e Le teorie dello spazio e del tempo nella filosofia greca fino ad Aristotele (XII, 1897); gli studi del Ferrari e del Clerici sul Caffè e sul Conciliatore (XIV, XVII, 1900 e 1903); quelli del Volpe sulle Lstituzioni comunali a Pisa nei secc. XIL e XIIL (XV, 1902); ed altri, ed altri; fino al recentissimo lavoro del Pellizzari, La vita e le opere di Guittone d^ Arezzo. Negli Annali della sezione di scienze han visto la luce con i già menzionati altri studi di grande originalità: a cominciare dalla tesi del Padova Sul moto di un elissoide fiuido ed omogeneo^ con cui si apre il V volume (1871); e da quelle del Bian^ chi, Sulle superficie applicabili ^{ì Ricerche sulle super fide a curvatura costante e sulle elicoidi (II, 1874); poi quella del Venturi, Sul moto (1) Il voi. X è in corso di pubblicazione.
284 LA PRBPABAZIONE perturbato delle Comete (III, 1883); e quella del Volterra, 8opra alcuni problemi della teoria del potenziale (ivi); e molte altre: Bigiavi, Sopra una elasèe di equazioni differenziali lineari a coefficienti doppiamente periodici (VI, 1880); Bonaventura, Bulle formule generali di moltiplicazione complessa delle funzioni ellittiche (VII, 1895); Tedone, Il moto di un ellissoide fluido secondo Vipotesi di Dirichlet (ivi); Piccoletti, Sopra un caso speciale del problema di Plateau (ivi) e Sulla trasformazione delle equazioni lineari di secondo ordine con due variabili indipendenti (Vili, 1899): Fubini, Il parallelismo di Clifford negli spazii ellittici, e I principii fondamentali della teoria delle funzioni armoniche negli spazi a curvatura costante (IX, 1904). Non tutte queste tesi sono state preparate per il diploma d'abilit;izione; poiché negli ultimi anni gli Annali han pubblicato anche tesi di laurea; ma tutte sono state preparate nella Scuola Normale, e tutte attestano magnifica mente qaali frutti essa sia atta a produrre.
E più ne produrrà se sarà meno ignorata in Italia e piò favorita dallo Stato, siccome merita; e se riuscirà a causare il contraccolpo della riforma toccata negli ultimi anni q>\V École Normale di Parigi. Poiché anche da noi si bisbiglia che una riforma sarebbe opportuna secondo i criteri i di moda che si voglion far prevalere nella preparazione degl'insegnanti. E forse c'è da aspettarsi contro la nostra Normale critiche analoghe a quelle che i)resero a manifestarsi apertamente contro la francese nel 1899, in occasione dell'inchiesta i)arlamentare sull'insegnamento secondario. Ohe si disse allora in Francia?
Il Lavisse (oggi direttore della École Normale) notava che gli aggregati difettavano di educazione pedagogica, a differenza dei maestri primari, i quali, secondo il Lavisse, se ne avvantaggiano molto; e dichiarava che àìVÉcole Normale spettava di preoccui)arsene: « Oggi essa fa un doublé empiei con le facoltà di lettere. Bisognerà bene che trovi il modo di differenziarsi, in una maniera o in un'altra...Io son obbligato a confessiare che l'educazione pedagogica non é in grande stima nell'insegnamento secondario. I termini stessi pedagogia, pedagogo sembrano ridicoli. Ebbene! al posto di pedagogia, mettiamo scienza dell'educazione, e insegniamo questa scienza » (1).
Ma il Perrot, l'eminente direttore d'allora della stessa École, DKGl/ INSEGNANTI MEDI 285 protestava poco dopo che questo entusiasmo per la ]K.»(lagofi;ia teorica è uno degli eagouementH nati per leggerezza in Francia dopo il 1870, quando si credeva clie tutto si dovesse ]»rendere dalla Germania; e die iva ai pmlamentari della Commissione: — « Io non s:) se fra voi ci sia nessuno che abbia avuto l'occasione d'insegnare; ma io domando a lui se crede che con teorie insegnate alla École si possa preparare ad assumere quell'autorità, per cui è dato d'imporsi a un uditorio qualunque, a giovani o ad uomini* fatti. O non piuttosto con la nettezza del pensiero, e soprattutto con la fermezza del carattere, mediante certa energia intima, la cui impressione si nota nel linguaggio e nel gesto e comanda 1' obbedienza ». E riconiava che \x\V École e' era stato una volta, per due anni, un corso di pedagogia. « Questo corso era fatto da un uomo distintissimo, che né vide egli stesso 1' inutilità, il Thurot; egli stesso chiese d'essere incaricato, invece del corso di pedagogia, delle conferenze di grammatica, che ha fatte benissimo» (1), E non il solo Perrot si dichiarò contrario alla pedagogia. Il Poincaré disse: « Vi si è parlato di corsi di pedagogia: io non credo affatto alla loro efficacia pei professori dell' insegnamento secondario; questi corsi hanno sempre un carattere piuttosto teorico che pratico; io crederei invece all'utilità d'un certo tirocinio, d'un certo periodo di prova» (2). Ma, quanto al tirocinio, « il vero tirocinio, aveva detto il Pierrot, è quello d' insegnare: v' eat en forgeant qu'on devient forgeron. Se si dà loro una classe, essi forse non la fanno subito così bene come la faranno in capo ad uno o due anni; ve n' ha che non arrivano mai a farla, in modo soddisfacente, e io non parlo soltanto degli alunni deìVÉcole. Altri, al contrario, a capo di qualche mese han preso il loro equilibrio. Ce n'ò che riescono benissimo a primo tratto ». E in questa opinione — si badi — conveniva il Fernet « inspecteur general de l'Instruction publique pour les « Sciences »: che, a proposito di stage préliminaire, disse chiaro e tondo: « Ma, anche una volta, io non ne vedo gran fatto l'utilità. Io mi ricordo delle mie prime prove. Quando si giunge in una classe come professore, si ha il ricordo dei buoni professori, che si ebbe da scolari; di essi s'è conservato il ricordo; si rammentano le qualità che si son notate nelle lezioni che (2) Op, Gii., li, 679.
Tina volta si capi: queste lezioni si prendono a modello. Infine, si perfeziona il proprio insegnamento soprattutto con l'interrogazione degli alunni. Io, quanto a me, fo ogni momento questa raccomandazione ai giovani professori: interrogate, interrogate molto, soprattutto a principio; vi accorgerete che <5erti punti che credevate di aver bene dilucidati, non sono stati penetrati; che su altri punti non era necessario insister tanto. Farete da voi stessi V esperienza dell' efficacia del vostro insegnamento; e il vostro secondo anno non somiglierà in tutto al primo, sarà probabilmente migliore, e così di sèguito » (1).
Il Fouillée, che fu anche lui una volta maitre de conférenctis a VÉoole dormale alla domanda del questionario, che era stato distribuito dalla Commissione d' inchiesta, « quali misure potrebbero esser i)rese per meglio assicurare la preparazione dei professori dal punto di vista professionale », lasciando ili i)ace la Scuola normale rispose brevemente, e bene: « Esigere che tutti i professori, compresi quelli di grammatica, di storia e di scienze, abbiano fatto buoni studi filosofici. Ciò è necessario e sufficiente » (2).
E contro quelli che chiedevano la pedagogia aWÉcole Xormale, Gaston Boissier: « ma non tutti — osservava— sono convinti che i corsi di questo genere sieno gran che efficaci. Permettetemi su questo punto un ricordo personale. Negli ultimi tempi del mio soggiorno all' Éoole Xormale^ venimmo a sapere con sorpresa che ci si dava un professore di pedagogia; ma fummo assai piti meravigliati quando ci si disse il nome. — Era un giovane aggregato di grandissimo merito, che è poi divenuto uno scienziato egregio, ma che era molto timido e che, nel collegio dove era stato inviato, non aveva potuto tenere i suoi scolari. Non sapendo dove metterlo, gli si diede l'incarico d'insegnare agli altri quello che non aveva saputo fare lui stesso (Sorrisi della commissione). I consigli certo non sono mai inutili, ma l'esi)erienza vai meglio, e credo che un maestro intelligente imparerà prestissimo a fare la sua scuola facendola » (3).
Intanto la pedagogia batteva insistente alla porta della Normale. 11 ministro della istruzione, in una pubblica lettera ili liibofc, presidente della Commissione parlanientaiv, disse «-he la scuola doveva diventare un haut ìnsfìtut pédapnrfique. Questo ccmcetto fa pure consacrato in un ordine del g'iorno della Oamera dei deputati. Allora, odorando il vento intido, la Scuola Normale si risolse infine « à cntrer spontanonKMit dans le voies « nouvelles au licii d'attendre que l'on la y cJitrainat d'office ». E il Lyon ci fa sapere che egli (allora i)rofessore di filosofia al-VÉoole) e i suoi colleglli, ad invito del direttore Perrot, presero al principio del 1901 « l'iniziativa d' organizzare tutto un complesso di lavori teorici e pratici che rendessero familiari ai loro alunni le difficoltà dell'arte d'istruire ». Si costituirono in Commissione organizzatrice, allo scopo di elaborare un programma completo di lezioni dommatiche e di esercizi d'applicazione relativi alla pedagogia, che il niinistro doveva approvare o rigettare. Il Perrot nel 1902 espose questa riforma, che la scuola già aveva iniziata spontaneamente, in un Bajiport adressé à M. le ministre de V In strìiction pulii qne^ the pubblicò in un opuscolo.
Troppo tardi. « J'ai la conviction — dice il Lyon — que si cet apprentissage pédagogique uìené en conimun, simplement, sans apparat, se fùt produit quatre ou cinq années plus tòt; si nous ne nous étions pas laissé gagner de vitesse par la réglementation, le rajeunissement de l'École normale eùt pu s'opérer sans crisej des modifications moins graves à sa structure entière eussent été réclamées » (1).
Venne la riforma per decreto, il lo novembre 1903: la scuola fu annessa all'Università, e tutti i suoi insegnamenti ridotti a conférences pratiques: tutti pedagogia! Immaginarsi! Vi sono 10 insegnamenti per la sola sezione letteraria, alcuni dei quali divisi tra due e anche tre insegnanti: 1. Lingua e letteratura francese; 2. lingua e letteratura latina; 3. lingua e letteratura greca; 4. grammatica; 5. grammatica storica del francese; G. storia antica; 7. storia medievale; 8. storia moderna; 9. filosofia; 10. geografia. E di ognuna di queste discipline non s'insegna lì se non il modo d' insegnarla! E la Eepubblica ci spende più di 250 mila lire.
Se non che, a dispetto della riforma, la Normale rimane e rimarrà per i vantaggi offerti ai giovani che vi sono raccolti tutt'altra cosa da quello che la riforma stessa vorrebbe. Un suo alunno (1) G. Lyon, Ensdgnement et réligion, études phlosophiquea, Paris, Alcali, 1907, pp. 5-6 288 LA PUEPAU AZIONE ne ha rivendicato assai bene, l'anno scorso, V indole propria e le vere benemerenze. « UÉcole Normale^ — egli ha potuto dire pur dopo la deplorata riforma — è ben altro che un istituto di pedagogia. U Éiole Normale è \\n foyer ^ è nna biblioteca, è un laboratorio. Es^a può, e dev'essere, l'organo essenziale della preparazione tecnica^ e non soltanto pedagogica, all' insegnamento secondario e superiore. È un foyer: ossia procura a quelli dei suoi scolari che vengono di provincia, e che non potrebbero vivere da se a Parigi, dove hi vita è molto cara, «•ollamagra borsa che è loro concessa dallo Stato, non solamente il vitto e 1' alloggio, che è già molto, ma anche tutti i vantaggi d'una società intellettuale di giovani. Non solo essa li libera, senza aumento sensìbile di spese per il bilancio, «fa cure materiali intollerabili ai lavoratori intellettuali, ma anche li fa vivere d'una vita comune, concentra i loro sforzi, crea tra essi vincoli durevoli di collaborazione e cawcruderie. Gli stessi esterni amano venirvi, a prendervi i loro i)asti, lavorare nelle sue sale di studio, conversare, discuter di letteratura, filosofìa o politica, in una parola mettere le loro idee e il loro temperamento a contatto di quelli de' loro compagni di studi. Essa è la « (3asa degli studenti », destinati all'iiusegnamento. In questa società intellettuale di giovani, la vita in comune rimedia felicemente ai vizi inerenti alla specializzazione. Nulla di simigliante fuori deWÉcole Normale, Gli studenti delle facoltà vivono isolati, o non si ritrovano che al caft'è.
« IPÉcole Normale^ d'altro lato, è una biblioteca (1). Essa è la sola biblioteca di Parigi che contenga un numero sufficiente di esemplari delle ojjere indispensabili ai nostri studi. Soprattutto è la sola che permetta allo studente, abiti o no alla École^ portarsi i libri con sé, e sfogliarseli sul suo tavolino...Infine, VÉcole Normale è un laboratorio scientifico, e uno de' meglio forniti di tutta la Francia (2) ».
Tutto questo 1' Éoole Normale era prima ed è dopo la riforma. Ma il laboratorio scientifico non può che perderci nel rajeunissevient di cui parla il Lyon: ed esso è pure l' interesse maggiore dell'istituto e il focolare vero della preparazione morale dell'insegnante. VÉcole di Parigi aveva bensì bisogno di (1) Nel 1906 la Biblioteca della École Xormale contava 200,000 volumi.
(2) Vedi V art. cit. A propos de VÉcole Xormale nella Rtvue intern, de Venaeigntment del 15 mars 1907, pp. 231-2.
essere più strettamente legata all'università; e per questa parte la riforma è stata opportuna. Ma da questo lato la scuola di Pisa non ba niente che fare colPordinamento di quella di Parigi prima del 1903.
Onde la Scuola Normale nostra Hon ha bisogno di riforma; e se un desiderio ci fa nascere lo studio che abbiamo fatto del modo in cui vi si provvede alla preparazione degP insegnanti, esso è questo: oggi che in Italia cominciamo, a quel che pare, a preoccuparci seriamente di questa preparazione, cui di certo sono legate le sorti della nostra scuola media e però di' tutta la nostra cultura, anzi della nostra vita nazionale, altre scuole sul tipo di quella di Pisa dovrebbero sorgere nelle altre regioni d'Italia; poiché realmente quella sola è affatto sproporzionata ai bisogni di tutte gì' istituti secondari italiani*. E certamente, se vogliamo schiarirci bene le idee su questa questione, e far qualche cosa con un po' di buon senso per questa desiderata preparazione de' nostri insegnanti, non ci sono aperte se non due vie: o ci persuadiamo che la scuola di Pisa non giova al suo fine, e bisogna riformarla e trasformarla; o ci persuadiamo che essa prepara davvero alla x^rofessione màgistrale; e allora, poiché essa è tutt' altra cosa dalle scuole di magistero, dobbiamo sentire l'obbligo di moltiplicarne i benefìcii col far sorgere in altre città d'Italia scuole simili, con internati, da bastare al bisogno effettivo della scuola media.